LABORATORI CRITICI n.9

A FERRO E FUOCO. IL PARADIGMA DELLA CONTRADDIZIONE

Rivista semestrale di poesia e percorsi letterari

Anno V, Vol. 9, maggio 2026

In collaborazione con:

 

Versione cartacea
Pagine 118
Prezzo 15 euro
ISBN 979-12-81825-53-6
DISPONIBILE DAL 18 MAGGIO

Versione online Sbac!
Prezzo 7 euro

In questo numero:

Parniya Abbasi, Garous Abdolmalekian, Rashad Abu Sakhila, Saleem al-Naffar, Margaret Atwood, Azam Bahrami, Robert Bringhurst, Bruno Cany, Luciano Erba, Jean Flaminien, Terrance Hayes, Jorie Graham, Khatoun Salma Krisht, Maksym Kryvtsov, Renée Nicole Macklin Good, Francesca Mannocchi, Paul Muldoon, Nathalie Quintane, Peter Robinson, Mohammad Abdulrahim Saleh, Hannah Sullivan

Comitato scientifico:

Sergia Adamo, Alberto Bertoni, Franco Buffoni, Monica Farnetti, Giulio Ferroni, Alberto Fraccacreta, Filippo La Porta, Giancarlo Pontiggia, Chiara Portesine, Rodolfo Zucco

Direttore Responsabile: Matteo Bianchi

Redazione:

Marcello Azzi, Matteo Bianchi, Maria Borio, Roberto Cescon, Giorgiomaria Cornelio, Simone Gambacorta, Claudia Mirrione, Niccolò Nisivoccia, Daniele Serafini, Morten Søndergaard, Sara Vergari

Hanno collaborato:

Garous Abdolmalekian, Azam Bahrami, Ilide Carmignani, Mario De Santis, Antonella Francini, Riccardo Frolloni, Carmen Gallo, Lorenza Gastaldo, Jorie Graham, Luca Guerneri, Elena Lamberti, Antonio Lillo, Faezeh Mardani, Renata Morresi, Rossella Renzi, Nina Sadeghi, Elena Santagata, Fabio Scotto, Marco Sonzogni, Ornella Trevisan


INDICE

A ferro e fuoco. Poesia e cortocircuiti sociali
Editoriale di Matteo Bianchi

Accogliere i pellegrini: il riparo delle sillabe e delle parole
di Garous Abdolmalekian, traduzione di Faezeh Mardani

Sotto il peso della censura resiste la poesia
di di Azam Bahrami, traduzione dell’autrice

Atwood e gli animali di questo paese
di Renata Morresi

Cinque poesie di Robert Bringhurst
premessa e traduzione di Roberto Cescon

Hannah Sullivan e la questione del tempo
di Carmen Gallo, traduzioni di Riccardo Frolloni e Carmen Gallo

Paul Muldoon e l’integrità del verso
di Alberto Fraccacreta, traduzioni di Marco Sonzogni, Alberto Fraccacreta, Luca Guerneri

A ferro e fuoco. Non essere vivi, non essere morti
di Alessandro Canzian

“Tomates”: biopolitica e contingenza in Nathalie Quintane
di Elena Santagata

Discendendo il tempo
di Bruno Cany, traduzione di Daniele Serafini

Il divenire innocente di Jean Flaminien: un pensiero poetante
di Fabio Scotto

Tradurre Luciano Erba: intervista a Peter Robinson
di Lorenza Gastaldo, traduzione di Ornella Trevisan

Dalla sorveglianza del linguaggio a “The Killing Spree”: Jorie Graham e la crisi del presente
a cura di Riccardo Frolloni, con Antonella Francini ed Elena Lamberti

Schede a cura di Mario De Santis, Ilide Carmignani, Antonio Lillo


Dall'Editoriale di Matteo Bianchi

Il linguaggio non riesce più a contenere il mondo senza incrinarsi. Non riesce più a rappresentare il radicalizzarsi degli scenari sociali, poiché le contraddizioni sono tali da produrre continui cortocircuiti semantici: basti pensare a quei populismi che negano le azioni compiute sistematicamente alla luce del sole. Una soglia – quando la realtà eccede e la lingua si deforma – in cui la poesia smette di coincidere con un insieme di dettami estetici, piuttosto che slanci intimistici o valoriali, e torna a essere una forma di pressione. Dietro le palpebre. Non a caso, Crescere, la guerra (Einaudi, 2026) di Francesca Mannocchi ha suscitato una repulsione repentina e omertosa da parte dell’establishment poetico, essendoci chi ancora ha il coraggio di considerarsi pubblicamente un poeta mentre si crogiola nei suoi ricordi infantili, se non fosse giusto per quell’ansia connaturata di mettere in salvo, in un modo o nell’altro, più attimi possibili di ogni singola esistenza.
D’altronde, A ferro e fuoco denota una condizione tristemente esistenziale: viviamo dentro una saturazione del reale, segnata da guerre diffuse, economie estrattive, migrazioni forzate, censure subdole e diseguaglianze sfumate che, oltre a dividerci, ci riorganizzano in gerarchie premianti la visibilità – il lodevole pollice alzato – e la “qualità” di non fare confusione. In uno scenario che scivola su miliardi di schermi, Mannocchi afferma che la poesia non può limitarsi a “raccontare” le contraddizioni sociali, a descriverle; poiché se lo facesse, si neutralizzerebbe da sé, soccombendo agli escamotage della cronaca. La poesia, se necessaria, incide il pensiero – sosteneva Celan, essendo un atto che spezza il linguaggio come fosse materia irreggimentata per rifondarlo dopo la catastrofe storica.
Molte delle scritture raccolte in questo numero, difatti, nascono proprio under pressure: dalla censura che tenta di definire chi può parlare e cosa può essere detto, sino alle disposizioni più sottili di marginalizzazione e di esclusione coatta. Seguendo poi la deriva climatica e la progressiva deresponsabilizzazione dei governi drogati dal cosiddetto “turbocapitalismo”, si assiste a contesti in cui la parola pubblica viene controllata, o peggio svuotata, e la poesia diventa espressione di resistenza, pur non impugnando la verità esplicitamente, ma conservandone tensione e irriducibilità – così nei versi di Margaret Atwood gli animali non sono riducibili all’antropocentrismo, tantomeno esauribili in una mera funzione simbolica.
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