Un’anteprima di Laboratori critici n. 9 su Pordenoneleggepoesia

In un torrido giorno d’estate del 1948, nelle settimane successive all’esilio forzato sull’isola di Makronissos (Cipro) del grande poeta e amante della libertà Ghiannis Ritsos (1909-1990), uno dei suoi compagni di prigionia gli disse: «Convinto che molti dei nostri amici combattenti non avrebbero potuto sopportare le condizioni in cui ci troviamo, mai avrei pensato che tu, con il tuo corpo così scavato e gracile potessi continuare a resistere in simili condizioni». L’esilio di uno tra i più grandi poeti greci di sempre, e in particolare del Novecento, sarebbe durato fino al 1952 e seguì la sorte di molti suoi compagni, imprigionati e torturati anche nelle isole egee di Limnos e Aï-Stratis. Nel periodo della guerra civile, la poesia di Ritsos fu spesso vietata dal regime autoritario per la vicinanza politica del poeta al Partito comunista greco. Riferendomi a questo episodio, vorrei iniziare dicendo che la vera domanda sarebbe: come e perché il nostro poeta ha potuto resistere così a lungo?

Quale forza ha generato la parola poetica nell’animo di questo stanco e smarrito pellegrino del mondo, tanto da permettergli di sopportare tormenti e torture restando fermo, incrollabile sul cammino dei suoi ideali di libertà e di giustizia?
Se idealmente avessi potuto parlare con il compagno di cella del poeta, gli avrei detto: «dimentica le ossa fragili del suo corpo, guarda i possenti muscoli della sua anima, guarda! È come se il suo corpo interiore trasportasse sulle spalle il suo corpo esteriore. I muscoli della conoscenza, dell’immaginazione, delle emozioni, senza dubbio in gran parte scolpiti e potenziati dalla poesia!».
Tuttavia, mettiamo da parte Ritsos come poeta e consideriamolo quale semplice interlocutore o viaggiatore dall’anima fusa con la parola poetica fino a diventarne tutt’uno. Chiediamoci: quale dono, dovizia e potere riceverà dalla poesia chi le apre la finestra della propria anima fino in fondo, invitandola negli angoli più profondi e taciuti della sua solitudine? Ho iniziato questo discorso menzionando in modo emblematico Ghiannis Ritsos per conferire una certa concretezza al concetto, altrimenti si potrebbero tranquillamente menzionare, al posto di questo naufrago della poesia, altre figure, nelle cui vene, anziché sangue, scorre ugualmente l’energia poetica.

Ora passiamo all’altro lato della storia e vediamo cosa fa il poeta con le sue parole e quale essenza possiede la poesia al punto di rafforzare i muscoli dell’anima e dello spirito, rigenerandoli cellula per cellula. E ancora mi chiedo: il poeta e la poesia quale sostegno, quale conforto e rifugio offrono a noi viandanti e pellegrini di questo mondo? Arrivo, così, al quesito centrale: cosa fa il poeta in questo mondo?
Prima di rispondere, chiederei: cosa fa un filosofo in questo mondo? Oppure, cosa fa un sociologo in questo mondo? Ecco, un filosofo trova qualcosa e tenta di mostracela; un sociologo trova qualcosa e tenta di mostracela. E il poeta? Il poeta cerca di trovare qualcosa per poi a sua volta nasconderla. È una strana vicenda, forse anche un po’ ironica. Quindi, cosa ci resta di tutto ciò? Un tesoro ritrovato e poi nascosto.
È come se il poeta trovasse un tesoro e poi lo nascondesse sottoterra. Una terra fatta di immagini, metafore, allegorie, una terra di invenzioni e giochi linguistici e nuove forme sintattiche. Cosa fa dunque il lettore quando legge la poesia? Ecco, comincia a rimuovere, scostare e spazzare via la terra, e continua a spazzare via la terra… e il bello della storia è che spesso trova un tesoro più ricco e più grande di quello nascosto oppure diverso da quello che il poeta aveva tentato di celare. Il tesoro nascosto e ritrovato trasmette quindi al lettore sia contenuti di conoscenza, stati d’animo ed emozioni, sia un’esperienza di potenziata capacità di cercare e trovare, vedere e percepire. Una esperienza che dona un tesoro ritrovato e contemporaneamente racchiude in sé la fatica e la sofferenza dell’atto di scavare. Una sofferenza che, a poco a poco, si trasforma poi in un altro tesoro, ovvero la sostanza vitale generata dalla poesia. È in tale osmosi che i muscoli del sapere, della comprensione e percezione profonda si attivano nella mente e nell’anima del lettore. Vale a dire che la parola poetica, nella sua massima espressione, non offre al lettore solamente una visuale, ma una finestra. Una finestra per guardare la realtà in modo diverso, con il potere dell’immaginazione, vedendo più in profondità. Una finestra che trasforma il lettore passivo in un lettore attivo. Un fermento che gradualmente si trasforma in fortuna e accompagna e dona forza a ogni esausto viandante.
In primo luogo, bisogna perciò affermare che la poesia, attraverso uno dei suoi obiettivi principali ovvero la conoscenza, nutre l’anima del pellegrino e il viaggiatore di questo mondo fornendogli una profonda forza interiore per proseguire il lungo cammino della vita. Come accennato sopra, questa conoscenza è costituita da due differenti lati: una visuale e una finestra, vale a dire la possibilità di afferrare un contenuto e la successiva capacità di comprenderlo. Il viandante che incontra la poesia le riceverà entrambe.

Trovo opportuno, per rendere più tangibili i concetti, sottolineare brevemente tale specularità nel linguaggio poetico. Queste due parti affondano le radici in due aspetti importanti del linguaggio: il contenuto e la retorica. Nella realtà oggettiva essi non possono essere scissi perché il linguaggio è una materia complessa e composta ma in ambito analitico sì, e ciò ci permette di analizzare la qualità di ogni componente. Ad esempio, quando diciamo «l’idea di questa poesia» o «la musicalità di questa strofa» stiamo analizzando il linguaggio, mentre quando affermiamo che la musicalità della stessa strofa ha contribuito a mettere in atto il suo contenuto stiamo parlando della qualità della loro combinazione. Torniamo ai due aspetti del contenuto e della retorica che hanno salde radici nella storia del linguaggio. Fu Socrate il primo a fare questa distinzione, proprio nei momenti più drammatici della sua vita; cioè durante il processo in cui venne pronunciata la sua condanna a morte. Questa frase si trova nell’Apologia di Platone. Quando gli accusatori, rispettabili oratori ateniesi, presentarono la loro denuncia contro Socrate e, come sappiamo, lo accusarono di aver corrotto i giovani e disobbedito agli dèi, toccò a Socrate difendersi. Egli iniziò la propria difesa affermando che le parole pronunciate dagli accusatori erano piacevoli e impressionanti ma prive di verità. Con questa affermazione egli separa i due lati del linguaggio: il contenuto e la retorica e distingue i due aspetti della conoscenza e dell’estetica. Vale a dire discerne i due sensi del linguaggio: “cosa dire” e “come dire”.

 
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