Un’anteprima di Laboratori critici n. 9 su Laboratori Poesia

Poeta, tipografo, saggista, traduttore e studioso delle culture indigene della costa nord-occidentale del Canada, Robert Bringhurst (1946) ha costruito negli anni un’opera coerente, animata dal principio della forma – verbale, tipografica, narrativa o biologica – come varco verso la struttura profonda del mondo. La sua poetica nasce dall’ascolto: della lingua, della pagina, della natura. E conoscere significa soprattutto imparare a leggere, da intendersi come etico prima che estetico. Fin dagli esordi poetici, con The Beauty of the Weapons (1972) e The Book of Silences (1980), il suo immaginario spazia dall’ecologia alla mitologia e concepisce il verso come una sorta di organismo vivente, nel quale ogni componente – la lunghezza, la disposizione delle strofe, la risonanza interna delle parole – contribuisce a generare un ritmo naturale, quasi respiratorio, come si nota in opere quali The Calling: Selected Poems (2015), dove si rivela la sua capacità di coniugare la meditazione filosofica con una limpida musicalità. Emergono anche una profonda adesione al mondo naturale, percepito come scenario epistemico, e una relazione costante con tradizioni poetiche “lontane”, dalla Grecia antica all’Estremo Oriente.

Bringhurst ha inoltre sviluppato un percorso saggistico di rara originalità, in cui la tipografia, la narrazione e l’ecologia culturale si intrecciano. The Elements of Typographic Style (1992), forse la sua opera più celebre, è un trattato filosofico sulla natura del testo e sul ruolo etico del tipografo. Secondo Bringhurst il design tipografico deve facilitare la leggibilità e sostenere la voce dell’autore. La tipografia è arte invisibile, è servizio e armonia: un’idea che riecheggia la sua poetica più ampia.

Un altro capitolo fondamentale del suo lavoro è la ricerca sulle tradizioni orali dei popoli Haida e, più in generale, delle Prime Nazioni della Columbia Britannica. Con A Story as Sharp as a Knife (1999) Bringhurst inaugura un progetto di traduzione, interpretazione e restituzione poetica dei cicli narrativi haida, già trascritti nel XIX secolo dall’etnografo John Swanton. In questa impresa Bringhurst cerca di ricostruire la retorica e la poetica delle narrazioni indigene, restituendo loro complessità e dignità estetica. Al centro di questo lavoro sta la convinzione che le culture orali siano sistemi di pensiero in dialogo con i grandi miti e le grandi filosofie del mondo.

Un altro tema ricorrente nella sua opera saggistica è la responsabilità linguistica dell’autore e del lettore. In The Tree of Meaning (2006) e Everywhere Being Is Dancing (2007), raccolte di saggi che spaziano dalla linguistica alla metafisica, Bringhurst sviluppa l’idea che le forme narrative siano strumenti di conoscenza comparativa: ogni storia – umana o non umana – è un modo per comprendere la trama dell’esistenza, secondo una visione ecologica del linguaggio, inteso come rete di relazioni che tengono insieme i vari elementi. Le poesie a seguire sono tratte da Selected Poems (Jonathan Cape, 2010).

Roberto Cescon

 
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