Il 2025 della Samuele Editore

UN ANNO DI
SAMUELE EDITORE

 

Un anno di grande impegno e consolidamento, quanto di grandi e terribili lutti in Casa Editrice e nel mondo letterario italiano. Partiamo subito ricordando, come alcuni già sanno (questo resoconto, come da tradizione, è stato prima fatto a voce durante la Festa di Fine Anno, QUI), cos’è la Samuele Editore. E lo facciamo perchè nel 2026 ricorrono i 20 anni dall’ideazione della Casa Editrice (2006, anno di nascita di Samuele Canzian, da cui il nome dell’editrice) che, dopo un paio di anni di progettazione, nel 2008 è partita con la pubblicazione de Busetto/Grizzo, il primo volume della Collana I Poeti di Pordenone, Poesia del Novecento (a cura di Ludovica Cantarutti, collana conclusasi nel 2014 – legato a questo libro la prima importante attività sul territorio: l’aver fatto intitolare una via di Pordenone a Ettore Busetto, autore di lancio della Samuele). La Collana Scilla (poi chiusa nel 2023 e riaperta rinnovata nella grafica e nelle intenzioni come Nuova Collana Scilla nel 2024) sarebbe arrivata un anno dopo, nel 2009, con la pubblicazione di Minatori di Dario De Nardin (prefazione di Gian Mario Villalta).

Nel 2025 abbiamo consolidato la collaborazione con Ritratti di Poesia nella forma dell’omonima rivista a loro dedicata, serie speciale di “Laboratori critici“. Sempre in rivista avevamo lasciato il 2024 con la scoperta di un falso storico su Dylan Thomas e nel 2025 abbiamo, grazie al certosino lavoro di ricerca dei nostri redattori e collaboratori, scoperto una lettera inedita montaliana a Bassani che getta nuova luce sul rapporto tra i due scrittori ribaltando un poco una delle più comuni convinzioni. In luce dal vuoto, il numero di giugno, abbiamo approfondito la poetica di alcuni autori scomparsi nel quinquennio 2020-2025: Mario Benedetti, Gabriele Galloni, Carlo Bordini, Francesco Scarabicchi, Patrizia Cavalli, Giampiero Neri, Pietro Polverini, Roberto Pazzi, Alessandro Broggi, Lorenzo Pataro, Stefano Simoncelli. Infine abbiamo salutato con grande orgoglio l’inserimento in redazione di Giulio Ferroni, Filippo La Porta, Giancarlo Pontiggia, Morten Søndergaard, Giorgiomaria Cornelio, Sara Vergari.

Purtroppo il 2025 è stato anche l’anno della scomparsa, inaspettata, di Anna Toscano, pubblicata nel 2024 da Samuele Editore-Pordenonelegge in Cartografie. Un lutto vero, grande, che ha segnato migliaia di lettori in tutta Italia. Questo ha comportato alcuni ritardi nel rifornimento dei libri a causa dell’altissimo numero di vendite ma, come l’Editore ha spiegato ad alcuni in mail: “Non sapevamo nulla della sua malattia ma, anche avendolo saputo, non so se ci saremmo preparati anzitempo per affrontare quello che è successo a livello di vendite. Ci saremmo sentiti sbagliati, sciacalli, a ristampare mentre lei terribilmente si spegneva“. In memoria e onore della poeta l’Editore le ha dedicato la Festa di Fine Anno chiedendo a tutti i poeti di leggere un testo da uno qualunque dei suoi libri. Ne è nata una commovente e ricchissima lettura corale in ricordo.

Il 2025 è stato anche l’anno del consolidamento della linea editoriale della Nuova Collana Scilla che ricordiamo è nata nel 2024 con L’urlo della mente e altre poesie inedite di Umberto Piersanti, Dolori di Zhao Lihong (traduzione di Marco Sonzogni e Flaminia Cruciani), Vittima delle rose di Claudio Recalcati e Pomes Penyeach/Po(e)mi da un penny di James Joyce (nuova traduzione a cura di Andrea Carloni). Nel 2025 invece hanno visto la luce Io sono un papavero di Akiko Yosano ed Ero e Leandro di Museo Grammatico (nuova traduzione a cura di Francesco Gulic).

Il 2025 ha visto inoltre un ulteriore consolidamento con gli enti del territorio pordenonese e friulano nei due progetti, ormai collane, Poesie al Muro (di Pro Stevenà) e Poesie in Viaggio (di Arcometa). Mentre per quanto riguarda Pordenonelegge abbiamo preso la decisione di unificare le collane Gialla e Gialla Oro in un unico percorso, consapevole dei tempi, chiamato La Gialla (come spiegato in conferenza stampa da Alessandro Canzian  e Gian Mario Villalta). E abbiamo ridotto le pubblicazioni da 6 a 4 (rendendo quindi le scelte ancor più ricercate) dedicando le ulteriori 2 al Premio Esordi (che dal 2025 diventa un libro cartaceo) e ai Poeti Europei. Due antologie preziosissime per leggere e conoscere nuovi poeti.

Infine, purtroppo, il 2025 è stato anche l’anno dell’allagamento del magazzino a causa dell’imperizia di alcuni lavori, con la perdita di quasi metà magazzino. Migliaia le dimostrazioni di stima e le proposte di aiuto che l’Editore ha gentilmente declinato, nei Social, dicendo (in un video che ha totalizzato quasi 9 mila visualizzazioni): “Ringrazio tutti in questo terribile momento. La vostra vicinanza è di grandissimo aiuto ma preferisco non accettare le diverse, e sono veramente molte, proposte di aiuto. Crowdfunding e acquisto dei libri rovinati adesso ci farebbe di certo fare cassa, e aiuterebbe, ma voi non comprereste i libri per i libri ma per il momento emotivo che c’è, per generosità. Per la vostra generosità. Ma ho scelto di fare libri per farli leggere, scelgo ogni libro e di ogni libro conosco l’autore, la sua storia, la sua vita. I libri vorrei venissero comprati per i libri, non per altri motivi per quanto nobili. Grazie, grazie veramente e perdonate se troverete questa mia posizione troppo orgogliosa. Questo è il mio modo di essere un Editore“.

Le copertine rovinate dall’acqua, a distanza di quattro mesi, sono diventate la mostra Milena presso il locale Fontego da Febo a Pordenone, inaugurata dall’ideatrice e poeta Maria Milena Priviero, dove alcuni libri rovinati sono stati messi in vendita. Nel 2026 sia i quadri che i libri saranno messi a disposizione dei lettori nel sito.


 

Come da tradizione, prima di entrare nel merito dei libri e della loro vita, partiamo dalle pubblicazione nei dodici mesi, che quest’anno conta 21 edizioni suddivise in:

  • 9 collana Callisto (uno in meno rispetto al 2024)
  • 1 collana Leda 
  • 6 collana La Gialla
  • 2 numeri della rivista
  • 1 numero Serie Speciale della rivista (Ritratti di Poesia)
  • 1 Collana Poesie al muro
  • 1 Collana Poesie in viaggio

La Collana Leda, dopo l’importante successo durato tutto l’anno per Poeta in due di Paolo Febbraro, ha chiuso l’anno con un’eccezionale pubblicazione che rimarca lo spirito e l’indirizzo del percorso tracciato dal direttore di collana Marco Sonzogni: Poiché la vita fugge – in morte di Madonna Laura di John Millington Synge.

Continua infine, e quest’anno ha toccato uno dei suoi apici più alti, il trend di ripubblicazione da parte degli autori che tornano a scegliere la Samuele Editore come loro luogo preferito di pubblicazione. Su 9 uscite della Collana Callisto abbiamo infatti 5 libri di autori già pubblicati (a volte con più libri, di questi 3 sono in lingua minoritaria). Un grande motivo d’orgoglio che ci conferma che stiamo procedendo per la strada giusta, e che stiamo bene onorando la fiducia dei nostri poeti. Che sempre, sempre, ringraziamo.

 

Nel dettaglio, partendo dalla Nuova Collana Scilla:

Io sono un papavero di Akiko Yosano – traduzione di Luca Cenisi e Cristina Banella

Yosano Akiko, all’anagrafe Hō Shiyō, nacque il 7 dicembre 1878 a Sakai, città portuale situata a circa 15 chilometri da Ōsaka. Il padre, Ōtori Sōshichi (1847-1902), fu un ricco mercante del posto e gestì, insieme alla moglie Sakagami Tsune (1851-1907), un’impresa di dolci giapponesi, in particolare yōkan 羊羹. Pur crescendo in un ambiente conservatore, fortemente radicato nelle tradizioni patriarcali dell’epoca, Akiko mostrò fin da subito un’indole libera ed intraprendente, nonché un profondo interesse per lo studio sia della letteratura classica (in particolare del Genji monogatari 源氏物語) che di quella moderna. La sua famiglia cercava di trasformarla gradualmente in una cosiddetta “donna ordinaria” (tada no onna ただの女) ossia una donna di casa e madre amorevole, indirizzando di conseguenza la formazione della giovane. Così, dall’età di sette anni, cominciò a frequentare, parallelamente ai corsi scolastici, lezioni private di koto, shamisen e danza (butō 舞踏), tutte attività che in seguito abbandonò ma che, all’epoca, servivano per affinare quell’eleganza necessaria a farle trovare un buon partito. Il suo interesse, tuttavia, era già rivolto altrove. Le furtive letture che si concedeva tra una pausa e l’altra dal lavoro nell’azienda di famiglia e in tarda sera la avvicinarono sempre di più alla poesia, cui evidentemente era destinata.

A soli diciassette anni, nel 1895, una sua tanka venne pubblicata (con lo pseudonimo di Akiko Ōtori) all’interno della rivista Bungei kurabu 文芸倶楽部 (‘Club letterario’); in essa si leggono distintamente le influenze dei classici da lei tanto amati, in primis la Storia di Genji:

露しげきむぐらが宿の琴の音に秋を添へたる鈴虫の声
tsuyu shigeki mugura ga yado no koto no ne ni aki o soetaru suzumushi no koe
 
rampicanti
immersi nella rugiada…
ecco, il canto dei grilli
accompagna l’autunno
tra le note del koto di questa dimora

Luca Cenisi

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Ero e Leandro di Museo Grammatico – traduzione di Francesco Gulic

Vengono qui presentate due traduzioni, a distanza di più di due secoli l’una dall’altra, del famoso poemetto Ero e Leandro di Museo Grammatico, attivo nel V secolo d.C. in area siriana. La prima versione è del giovane Francesco Gulic, triestino attualmente residente a Graz, musicista e compositore, oltre che cultore della letteratura classica e della traduzione; la seconda di Luigi Lechi (1786/1867), politico e umanista bresciano, senatore del Regno d’Italia e amico di Manzoni, Rossini e Foscolo.

Le ragioni che ci hanno portato ad accostare questi due traduttori così apparentemente lontani tra loro sono molteplici, ma il Caso ci ha fornito senza dubbio la più ghiotta. Come molti amici di lunga data sapranno, la Samuele Editore, fin dalla sua fondazione, ha pensato sé stessa come l’ideale continuatrice, adottandone anche il simbolo dell’ape, della famosa tipografia di Niccolò Bettoni, presente ad Alvisopoli (almeno fino al 1817) e a Brescia. Ebbene, proprio a Brescia nel 1811 venne pubblicata la versione di Lechi dell’Ero e Leandro. Perché non perseverare in questa continuità pubblicandone una nuova 214 anni dopo?

Federico Rossignoli

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Per quanto riguarda la Collana Leda:

Poichè la vita fugge – in morte di Madonna laura di John Millington Synge, a cura e con prefazione di Michele Governale e Marco Sonzogni, traduzioni di Martina Mancassola, postfazione di Francesca Calamita

Chi leggerà attentamente queste prose petrarchese di Synge – e, a ruota, le traduzioni italiane di Mancassola – avrà modo di avvertire, sia a livello emotivo che espressivo, una qualità che la lingua tedesca chiama Einfühlungsvermögen: la capacità di provare empatia. Non sorprende allora che Synge abbia trapiantato alcuni passi da queste versioni nei dialoghi di Deirdre of the Sorrows (1909), adattamento teatrale di una tragica storia d’amore dai cicli mitologici irlandesi. Qui è una giovane contadina analfabeta, Deirdre, a piangere petrarchescamente la morte dell’amato Naoise prima di togliersi la vita, accecata da dolore, cieca a qualsiasi seguito senza di lui, nemmeno a quello certo di regina al fianco del vecchio re Conchubor.

Questo rovesciamento di ruoli, per così dire, attraverso la traduzione e la riscrittura, rimette la figura femminile al centro del dolore e della letteratura irlandese, sull’esempio di Caoineadh Airt Uí Laoghaire (XVIII secolo), lamento in gaelico irlandese in cui Eibhlín Dubh Ní Chonaill piange la morte improvvisa del marito Art O’Leary.

Anche per questa ragione abbiamo deciso di mettere al centro della traduzione italiana una giovane autrice che ha già dimostrato in versi e in prosa di affrontare con coraggio e con creatività la sofferenza e la sperimentazione.

Speriamo quindi che questi rilievi contestuali possano spronare all’ascolto delle tre voci che dialogano in questo libro e a ripercorrere le tappe di un viaggio spazio-temporale e socio-culturale che attraversa le lingue e le letterature dell’Irlanda e dell’Italia dall’XIV al XXI secolo. Crediamo infatti che sia un caso-studio davvero unico, forse irripetibile, quello di Synge che traduce Petrarca – il ricercato volgare, ancora vicino al latino, e la perfetta metrica del sonetto – in una nuova lingua in un altro genere a questa più consono. Una scelta che ha comportato, inevitabilmente, un cambio di intonazione, senza però diluire il travaglio interiore causato dall’esperienza della perdita e dal sentimento del dolore. >Esperienza e sentimento che Mancassola ha ereditato ed espresso in un elegante e avvolgente italiano moderno con la naturalezza e la maturità di un’autrice che sa capire e testimoniare le pieghe dell’animo umano.
Ecco allora che attraverso questi incontri, queste intersezioni e queste interpretazioni il lettore potrà prendere consapevolezza dell’universalità e immutabilità di ciò che rende umani. Soprattutto il dolore, che da più parti – vicine e lontane – ci colpisce quotidianamente in tutte le sue declinazioni e manifestazioni.

Michele Governale
Marco Sonzogni

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Per quanto riguarda la Collana Callisto:

Accendere l’invisibile di Rosanna Cracco

La poetessa offre di sovente articolate osservazioni sulla condizione umana, sulla natura del linguaggio e sul rapporto degli individui con il tempo, recepito come spazio temporale di comunicazione, creazione e conoscenza e, da autentica cultrice della parola, rivolge un precipuo invito a riflettere sulla sua natura fuggevole e al tempo stesso perenne, seguendo una logica sospesa tra il suo aspetto quantitativo, ossia chronos e quello qualitativo, ossia kairos. L’immagine allegorica dell’argine, che delimita e contiene il fluire impetuoso del fiume, si presta agevolmente a una duplice interpretazione, rappresentando le costrizioni e i limiti imposti alla creatività dall’esigenza di comunicare un messaggio eloquente e definito, ma simboleggiando anche la necessità di trovare un equilibrio tra l’impulso verso l’infinito e l’ancoraggio alla dimensione terrena.

Le parole intense raccolte nella strettoia “Parole nuove” – vengono paragonate a semi che, una volta sparsi, danno vita ad un nuovo linguaggio, un nuovo modo di pensare e di vedere il mondo, tuttavia la Nostra è consapevole che anche le parole più belle e significative siano destinate a invecchiare e a perdere il loro originario splendore e, per questa ragione, di tanto in tanto il suo afflato poetico si fa mesto e nostalgico.

L’interminabile ricerca di una parola – che sia eterna “Parole nuove” – è un’illusione, un desiderio impossibile da realizzare. L’attesa, personificata come una – grande signora “Parole nuove” – rappresenta l’implacabile scorrere del tempo e il suo rapporto con l’individuo.

È vero che l’attesa ci tiene ancorati alla vita, spingendo ognuno a guardare al futuro con fiducia ed aspettative, ma è altrettanto vero che essa ricorda la nostra precarietà. Sulla base di tali considerazioni, la poetessa ci propone di riconsiderare il concetto di eternità, che non è certo da intendersi come una condizione stabile ed immutabile, piuttosto come un flusso continuo e interminabile.

Daniela Cecchini

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A ciòka di vèci di Amilcare Mario Grassi

Sono abituato a leggere la poesia di Raffaello Baldini – che scriveva nella lingua di Sant’Arcangelo di Romagna – e, per quanto lo abbia sentito leggere in vita la sua opera in dialetto, non smetto tuttora di correre alle bellissime traduzioni a pie’ di pagina curate dall’autore, e quella è di fatto la poesia di Baldini nel mio archivio mentale. Come ripete spesso l’amico Paolo Nori, c’è una perfetta continuità fra il dialetto e la lingua italiana, come se il poeta avesse scritto due volte. È quello che mi succede anche con Mario Amilcare Grassi, da quando sono entrato nei suoi versi, e nel suo universo. Forse, per una povera confidenza con i suoni del suo dialetto, spesso mi avventuro anche lì, e talora ho luminose sorprese, come se un suono mi prendesse alla spalle, chiedesse udienza. E ben sappiamo che essere udito è il destino della parola.

L’occasione di questa nuova raccolta di Mario Amilcare Grassi ha una sua vereconda solennità: l’aver superato una importante soglia di tempo. “Sono ottanta i miei anni / e camminano troppo svelti”. Questa de senectute abbraccia liricamente “la testa dei vecchi”, la tiene stretta con dolcezza, come si potesse spremerne una saggezza, e di fatto è quello che succede, attraverso la costanza della visione e del sentire. Siamo in un paesaggio noto – né potrebbe essere altrimenti – e non sorprende percepire gli anni come una sequenza di carpini, alti nel bosco, messi in fila, i più giovani e i meno giovani, promessa di umile bellezza in entrambi i casi. Il passato del resto non si piega remissivo: è per lo più un ritornare vivo di figure vive, è un conciliante agglutinare di ricordi, di luci che confondono le età.

Alberto Rollo

 

Ciao Mario, ci siamo, diventare vecchi è un giusto diventare. L’abbiamo meritato, non è solo fortuna o il suo più esatto plurale: fortune. Scrivi che i vecchi migrano, senza cambiare terra, scoprono la durata dei giorni, il perfetto periodo che va da buio a buio.  Abbiamo usato un pubblico e affollato pronome: noi. È questa quantità che si è dispersa e in alcuni rimasti prosegue accanita. Questa quantità si è in noi rappresa e ha fatto callo nei nostri sorrisi magri. Fai bene a insistere coi versi nella lingua con cui parli con te stesso, io pure col mio napoletano, ma non lo scrivo. Fai bene a ribadire il tuo eccomi davanti all’assemblea piena di assenti.

Erri De Luca

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Confidenze agli sconosciuti di Laura Morandi

Un libro di poesie che inizia con una prosa. Non è un paradosso, non in una contemporaneità che insiste nel mettere in discussione i confini tra le scritture in versi e in prosa, ricavandone poco e incartandosi molto. La differenza, qui, sta nel fatto che la prosa iniziale è bellissima. Un breve programma di lettura a fuoco, calibrato; un piccolo manifesto.

A questa osservazione bisogna aggiungere che anche il titolo della raccolta, Confidenze agli sconosciuti, è azzeccato ed efficace, molto poco da libro di poesie e quindi molto sincero e immediato. Perché confidarsi davanti a sconosciuti, che in molti casi neppure si possono vedere perché nascosti dall’altra parte del testo, che cos’è se non una delle possibili definizioni di poesia?

Con la sua raccolta di esordio, Laura Morandi si inserisce nel solco di una tradizione confessionale e diaristica della scrittura in versi, ma aggiornandola con il punto di vista, le parole e le urgenze di una giovane donna che ha attraversato questo primo quarto di secolo e si è ritrovata, come molti di noi, a stemperare l’entusiasmo per i prossimi quarti che dovranno venire – se tutto va bene. C’è, infatti, un’atmosfera generazionale in Confidenze agli sconosciuti o, meglio, ci sono molte delle inquietudini legate a una certa fase della vita, quella in cui il mondo cerca di far prendere una piega, ma non sempre il materiale di cui si è fatti collabora o è duttile abbastanza. Ed è lì – forse da sempre, ma di sicuro dalla fine delle illusioni dei trenta gloriosi (ma diciamo pure quaranta) – che si situa la crisi che uno spirito creativo non può fare a meno di registrare.

Qualcuno le definirebbe inquietudini giovanili, ma forse uno dei meriti di Confidenze agli sconosciuti è di registrare in forma di poesia il fenomeno di una giovinezza trascinata ben oltre i suoi confini anagrafici tradizionali (e di buon senso, verrebbe da dire), ma non per immaturità dei nuovi adulti, bensì per condizioni che reprimono la crescita e il passaggio ad altro stato, un po’ come accade ai bonsai in bottiglia. D’altronde la giovinezza è l’arma più terribile nelle mani degli adulti, perché chi è giovane – a meno che non sia straordinario, che di solito significa campione dei valori dominanti – non va preso sul serio fino in fondo. E allora, più che di inquietudini giovanili, si dovrà parlare di malessere dell’epoca.

Marco Bini

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Le stanze del viaggio di Maria Luisa Calabretto

Svaporata la sua vera sostanza, il viaggio oggi assume una dimensione turistica o agonistica, anche quando vuole spingersi nella wilderness, la natura selvaggia, osservata in sicurezza, con GPS e abbigliamento tecnico, o ricostruita tramite coinvolgenti esperienze artificiali e aumentate. Perfino la montagna non è più luogo del diavolo, inviolabile e pericolosa, legata alla fame o al sacro ma, ammantata di sublime e pittoresco, viene traversata con biciclette elettriche, telecamere on-board e suole in vibram. Non si entra più nella natura, non la si ascolta, ma si compiono gesti atletici e sportivi, spesso appresi in fretta durante corsi intensivi, per divertirsi, anche indoor.

Oppure oggi quel sogno di natura incontaminata, lontana dai rumors della vita urbana, riassume l’esigenza di ricaricare le batterie, in una sorta di ipermoderna posa teocritea. Così il viaggio diviene non un’avventura, ma un riposo mortifero dopo gli affanni domestici.

Gli antichi «sentivano naturalmente, noi sentiamo la natura», dice Schiller, poiché si è prodotta una frattura tra noi e l’ambiente. Quando ci preoccupiamo di salvarlo, in realtà siamo preoccupati per noi, perché il pianeta certamente ci sopravviverà e continuerà a inoltrarsi nel tempo profondo che la nostra giovane specie non riesce neppure a immaginare. Siamo situati nell’ambiente, in ciò che ci circonda, eppure la natura è sparita, o consumata. Non che voglia il nostro bene, ma fa parte del nostro stare al mondo.

Aprendo il libro di Maria Luisa Calabretto, biologa di formazione, si entra in un’altra tonalità di sentire. Le stanze del viaggio non sono un carnet dei suoi viaggi più interessanti (dalla Lapponia alla Croazia, dallo Utah al New Mexico, dall’Iran a Mosca, dalla Grecia alle Alpi, dall’Egitto alla Francia); le poesie non sono nemmeno disposte in ordine cronologico e non tracciano un tempo di crescita interiore. Sono stanze, verrebbe da dire strofe di un unico viaggio, oppure stanze della memoria che abita un’unica mente. Ma non sono nemmeno semplici ricordi che emergono dall’archivio del passato o lo sono solo perché colgono quel passato nel punto in cui affiora insieme a tutte le possibilità: manifestandosi, un ricordo proietta la sua ombra nel passato, gli restituisce la sua possibilità, lo fa diventare nuovo e vivo. Un incontro, un oggetto, una parola che nel presente ci appaiano inafferrabili finiscono come resti nel passato, cioè come qualcosa di ancora possibile in ogni istante. Quante cose perdiamo ogni giorno, quanta memoria è perduta, ma quello che resta, quello che della vita e della lingua si salva dalla rovina, parla per il perduto. Non solo: del perduto dice il suo (e il nostro) desiderio di non essere scordato e di accordarsi al vivente che ci sovrasta e al quale tendiamo.

Roberto Cescon

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Come peçs in tal bosc de vite di Gianni Moroldo

L’essenza poetica di Moroldo ci incanta con l’emozione profonda di un caleidoscopio foriero di immagini, ricordi, riflessioni che affondano le radici nella cultura, nella natura e nella storia di un territorio unico come la Carnia.

Una coerenza di significanti e significato veicolata dalla lingua friulana che, eletta a strumento di intensa espressione dell’anima e della terra amata, rappresenta al tempo stesso lingua materna e portale verso l’universo interiore dell’autore, invitando il lettore a riscoprire la meraviglia per le piccole cose, la complessità del quotidiano, la saggezza di un mondo antico intessuta attraverso i fili della tradizione e delle memorie d’infanzia in un arazzo di parole che parla al cuore di chi vuole ascoltare la voce autentica di un popolo tenace e di un territorio aspro ma incredibilmente generoso.

Moroldo incarna la matrice ancestrale dell’anima friulana, elevando la bellezza fonetica e morfosintattica di una lingua che è al tempo stesso radice e vento, memoria e speranza. Come affermava Italo Svevo, “la lingua è un ponte tra il passato e il futuro” e il friulano, con il suo patrimonio di parole e di emozioni, continua a essere un ponte vivo tra le generazioni, anche grazie ad opere di diffusione e promozione come questa che testimonia l’attaccamento di un’intera comunità alle proprie radici linguistiche.

La veste identitaria della poesia moroldiana avviluppa anche il lettore poco avvezzo allo strumento linguistico proposto, tale è la potenza espressiva delle sfumature sonore e del patrimonio culturale che attinge a radici che si perdono nella notte dei tempi, in una terra di confine che fa della propria multiculturale vitalità uno strumento amplificatore per l’esplorazione dell’animo umano, inserendosi nel solco della tradizione di grandi poeti come Andrea Zanzotto, Leonardo Zanier e Pierluigi Cappello.

Un canto appassionato alla terra, al sentimento di appartenenza ad un territorio e alle emozioni radicate di un popolo che ha sempre vissuto in equilibrio con la natura, la storia e la propria identità, nonostante la ferita mai rimarginata dell’emigrazione. Il poeta non solo si fa portavoce di una comunità ma universalizza la tempra dell’uomo che ha saputo cogliere l’essenza della natura e dell’esistenza, l’umiltà e al contempo la grandezza degli affetti, nella compiutezza di un “idillio rustico”. L’amore in effetti rappresenta un tema centrale della raccolta, si nutre di ricordi, di attese e di momenti condivisi. Vissuto come un dono supremo che fornisce tridimensionalità alla vita, è capace di superare il tempo, le distanze e anche la sofferenza, diventando simbolo di speranza e di continuità.

Elisabetta Zambon

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Sora ’l fIl de i dhorni di Mina Campaner

Nel nuovo libro di Mina Campaner si possono individuare tre nuclei ispirativi. Il primo è quello che ha come sfondo il paesaggio acquatico. E qui troviamo fiumi, pozze, presagi di pioggia, piene ecc. che la Campaner riesce nell’impresa di renderli simbolici rimandando il lettore a qualcosa che va al di là del mero dato sensibile: “E se de bot, ’l ciel el se scurise /capita inte łe piene de perdar la stradha / inbroja l’ardhene de łe to paure (“E se all’improvviso il cielo annerisse / capita nelle piene di smarrire la strada / raggira l’argine delle tue paure”); “A i primi lustri de luce, le robe le se sfanta / come i therci de onda inte l’acua / drio ’l tonf de ‘na piera.” (“Ai primi bagliori di luce, le cose si dissolvono / come fanno i cerchi di onda nell’acqua / al tonfo di una pietra.”); “i sałethi, no i ga paura de łe piene. / Strasinai in dho da ła corente / i resta fermi de banda o de sbiego / a far da stròpoło a i canałi.” (“i salici non temono le piene. / Trascinati dalla corrente / restano immobili di lato o di traverso, / a far da tappo ai canali.”) Un buon testo poetico infatti non può fermarsi alla prima lettura, c’è sempre un secondo livello dove possiamo incontrare i nostri pensieri, le nostre emozioni, le nostre paure. Chiediamoci, per esempio, quanto ci identifichiamo nei salici descritti dalla poetessa, quanto restiamo fermi di fronte al fiume degli eventi avversi, quanto siamo in grado di non lasciarci andare. Un secondo nucleo è quello che si rivolge all’interno di una realtà paesana, contadina, dove si fanno spazio i ricordi. Non si tratta però di cantare i begli anni andati, che erano anche duri da sostenere, ma di trovare negli oggetti o in certe situazioni un senso al nostro transitare su questa Terra: “La ga tenjù tute le so robe muciadhe / inte ‘n armer. / La vespa de i ani thincuanta la se ‘rudhenia / drento un cazot de lamiera. / I càmionthini i gera desmentegàdhi / de drio la caza in medho a łe ortighe.” (“Ha tenuto tutti i suoi vestiti ammucchiati / in un armadio. / La vespa degli anni cinquanta si arrugginiva / dentro un garage de lamiera. / I camioncini erano dimenticati / dietro la casa tra le ortiche.”) Ma dietro quegli oggetti c’è il nulla: “E ades che lu ’l gera mort / le so robe no łe servìa pi, / se no a ricordarghe che tuto ga ‘na fine. (“E ora che lui era morto / le sue cose non servivano più, / solo a ricordarle che tutto ha una fine.”) Il terzo nucleo ispirativo è quello dal taglio antropologico. Mi riferisco a quei testi poetici che mettono al centro l’uomo nelle varie declinazioni: lo straniero, il malato, l’anziano con tutto il corollario delle loro sofferenze.

Giacomo Vit

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Imparare a dirsi addio di Paolo Parrini

Il libro si presenta con sei sezioni più un’introduzione molto intima. Che fin dai primi due versi ci fa capire di cosa si sta parlando: “Cosa c’è di bello qui / in questo giorno nero”. L’apparente semplicità di questo distico (che traggo da un testo di cinque versi) dichiara l’apertura della porta, il celebre “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate” che tutti abbiamo esperito almeno una volta e che tutti fuggiamo quando riflettiamo sulla nostra stessa vita. Quel che questo libro sarà è dichiarato senza fronzoli: “un sentiero scosceso fa paura / il ritmo dei passi / sui passi prima della sera”. Ma è dichiarato anche qualcos’altro, anche la breccia insita nel “giorno nero”. Parrini infatti parla di “ritmo dei passi” che è il ritmo dei versi, del cuore e della mente che si riversano sulla pagina. “Passi” che vengono reiterati a dire che sono loro a salvarti, non tanto la tua vita ma di certo il tuo cuore, la tua verità.

La sezione introduttiva si apre, caustica ed essenziale, come è iniziata: “il filo sottile / che ci tiene per mano”. Purtroppo, o per fortuna, abbiamo bisogno degli altri. Ma siamo legati da un filo sottile con il quale camminare insieme. Una dichiarazione di precarietà di fronte al bisogno degli altri che emerge chiaro solo a chi molto ha vissuto, a chi molto ha visto quel filo spezzarsi.

Segue la sezione “Dai muri si levano sospiri” che è dichiaratamente un ossimoro che tratta della prigione della propria quotidianità di fronte a un tu che è punto di riferimento e approdo, quasi salvezza o potenziale salvezza. La sfera privata incontra e dialoga con le letture come il celebre “la morte non avrà dominio” di thomasiana memoria. Parrini sembra interrogarsi continuamente sugli opposti (“In cielo forse / o nel profondo buio / del nulla, ma chissà poi / se il nulla è buio / o luce”) percorrendo ad esempio “il vuoto è il pieno e il sereno / è la più diffusa delle nubi” montaliano senza volontà di esposizione ma anzi sfiorando la scarnificazione. Pensando alla propria vita arrivano echi letterari come scoperte sul tavolo operatorio della propria storia. In punta di piedi, il tutto con una delicatezza che da sempre è la cifra dell’autore.

La sezione si chiude con il padre scomparso che è evidentemente il soggetto, quel “tu” che però è scontornato dal peso del privato per diventare misura del sé e di tutti. Certo mesta, ma nell’onestà intellettuale che un poeta è obbligato ad avere altro non può essere.

Segue la sezione eponima, “Imparare a dirsi addio”, con ancora il “tu” che è il vero soggetto del libro. Parrini diventa quanto mai confessionale ma mai ingombrante, tratta di amore quanto di odori, di ricordi, tratta di “lento morire o, di nuovo / prepotente la vita” e ci fa partecipi non del suo lutto ma di ogni nostro lutto. Perché noi rimaniamo, indifesi, soli nonostante tutto e chiediamo a quella persona di essere, di resistere, ancora un poco. Inevitabilmente la sua scomparsa ci misura “perché molto abbiamo navigato / e molto resta da capire”.

Alessandro Canzian

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La stagione è ancora questa di Marzia Spinelli

Nelle sei sezioni – Piano inclinatoNell’anno straordinarioStelle o macerieIn memoriaDi questa poesiaLa stagione è ancora questa – nelle quali è articolato il volume di poesia La stagione è ancora questa, Marzia Spinelli pone attenzione a due grandi insiemi di elementi costitutivi.

Il primo insieme riguarda tutto ciò che viene colto e raccolto da una facoltà di percezione dello spirituale che va oltre il mero dato sensoriale e che, nella consapevolezza delle limitazioni imposte dalla scelta di un solo termine e, in particolare, proprio di questo termine, possiamo indicare come “occhio interiore”.

Il secondo insieme concerne un momento successivo e pur sempre collegato alla percezione spirituale, all’intuizione felice, all’individuazione di ciò che non si palesa ai più: si tratta dello sguardo al di fuori di sé – mirabile quello sulla natura e sulle sue stagioni – e, successivamente, la scelta della parola poetica, del proprio dettato poetico, della modulazione della propria voce. Si tratta di un’operazione, di un processo, che Marzia Spinelli compie con piena consapevolezza della responsabilità assunta da chi consegna la poesia alla lettura e all’ascolto altrui.

La peculiarità di questa opera sta nell’incontro felice – dunque fecondo, efficace – tra i due insiemi menzionati, tra il momento meditativo e il momento comunicativo. È un incontro arricchito dalla lucidità con la quale Marzia Spinelli adopera i propri strumenti espressivi e affronta temi e motivi con il coinvolgimento nel particolare e l’ampio respiro dell’universale. L’arco di tempo nel quale i testi sono stati composti si estende dal 2018 all’anno in corso, il 2025. Sono periodi in cui la Storia dà e ha dato mostra di sé con una drammaticità e una accelerazione travolgente dinanzi alla quale l’autrice offre una propria testimonianza, coerente nel suo non essere urlata, convincente nella sua partecipazione.

Anna maria Curci

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Senza gravità di Marilina Giaquinta

La vita è un gioco, senza garanzia di fondamenti rassicuranti, ma in grado comunque di dare forma, come la “forma sferica” che tanto riesce evocativa e simbolica – “pensate alle romantiche gocce di pioggia” –, pur non essendo riferibile che “alla tensione superficiale: / e cioè all’insieme di forze interne / tese a trovare lo stato / di minima energia possibile”. Ma l’ordine giocoso della vita, e che le leggi di natura ci ricordano, è lo stesso che intesse i rapporti d’amore, finalmente intesi al di fuori di ogni atmosfera e ideologia sentimentale. Amore è riportato qui, nel lavoro poetico, a un pathos fondamentale che è anche un patto con la natura. Da questo punto di vista è senz’altro utile ricordare una delle più riuscite metafore della raccolta, che coniuga un rapporto emblematico tra l’umano abbraccio amoroso e l’avanzare nel buio della talpa stellata. Il piccolo mammifero, che nel corso dei suoi tentativi evolutivi ha sviluppato sul muso una stella formata di innumerevoli tentacoli – analoghi alla innervazione sensoriale delle nostre mani – permette alla poetessa questa bella metafora: “Per questo dovremmo usare le mani / per vederci dovremo chiudere / gli occhi per cercarci dovremo / usare il buio per scorgerci / dentro le nostre braccia stellate”.

L’amore non è per nulla qui circoscritto all’ordine del rapporto sentimentale, ma si correla a una originaria relazione con l’altro. Ma se è questa relazione a innervare la poesia, al tempo stesso la poesia non può non porsi che a difesa di essa.

Qui si scopre il passaggio etico, e più impegnato, del libro, venendo in luce un’etica dell’“estrema e disperata resistenza” rispetto all’epoca della povertà. La parola che eccede per definizione non può non antagonizzare – “con la poesia si possono cambiare le cose modificare / il modo di pensare” – quell’inferno dell’uguale che siamo diventati: “pregiudizi che cerchiamo dove ci fa comodo”, “vuoto e accomodante conformismo”, “finto buonismo” oltre che “certa tautologica verbosità politica”.

In breve, il nostro tempo – “questo tempo / che sto vivendo non mi piace” – è caratterizzato dall’oblio della negatività ossia di quella mancanza necessaria al costituirsi delle differenze e che le espone in tensione dinamica tra loro. Senza il “dubbio” e il “conflitto” non c’è – dice, anzi grida la poetessa: “voglio dirlo urlarlo pubblicarlo” – relazione. Il “conflitto” però nulla ha a che fare con la aggressività gratuita o “l’odio”, non essendo “che la consapevolezza del nostro limite / per imparare a ricondurre dentro di noi / l’altro”. L’altro a rigore “non esiste se non lo riconosciamo”; e a rigore di poesia: “se non esiste allora finisce che lo mettiamo di / nuovo dentro i lager!

A una poesia tanto ispirata dalle “pene della mancanza” ossia dal pathos per la vita che la stessa scienza ci insegna – “siamo sistemi complessi processi discontinui anche se ci raccontiamo unitari” –, una dimensione di “profezia buona” è sempre possibile. In altri termini un “feroce bisogno d’amare” torna ad affermarsi, proprio mentre un senso di rispetto/giustizia viene affidato a parole di ammonimento che sembrano scritte per essere mandate a memoria: “Miserabile è chi crede di / vivere senza rendere il conto / che crede che niente costi e si paghi canaglieria a / buon mercato […] a nessuno è permesso il male / nessuno racconta e ottiene. / L’impostura è piena di tormento”.

Poetessa impegnata e sperimentale più che antilirica, siciliana nella “grana della voce”, oltre che nelle formule lessicali e nell’ethos isolano dichiarato, la Giaquinta non può che colpire, con questa silloge, per l’autenticità della voce mai autoriferita e invece aperta e senza riparo.

Marco Marangoni

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Quinto anno di collaborazione della Samuele Editore con Pordenonelegge, come detto, con l’unificazione delle collane Gialla e Gialla Oro in La Gialla e con l’inserimento nelle sei uscite di due antologie (già programmate anche per i prossimi due anni) che includono i risultati del Premio Esordi e i Poeti Europei.

Nel dettaglio:

Esordi 25 con Fedro Fioravanti, Maria Teresa Rovitto, Matteo Vavassori

Esordire, come principiare, come nascere, ha nel suo seme un che di lontano dal calcolo e dall’agire razionale. Ha a che vedere con la fiducia che l’esistere sia un atto in qualche modo rivoluzionario, anche quando si tratti di un singolo chicco che spinge nel buio della terra. Farsi carico di questa piccola rivoluzione, proprio nel momento in cui ogni rivoluzione sembra insensata e inutile, è forse compito della poesia.

Abbiamo scelto tre esordi, ai quali chiediamo di dare credito e fiducia. Non una scelta generazionale, perché la gioventù e la meraviglia che si sono ricercate sono invece quelle della lingua, dello sguardo e del pensiero, all’interno di testi che finora non abbiano trovato una destinazione compiuta sulla carta. Gli esordienti del 2025 sono Fedro Fioravanti (Dove vanno quelli che sono andati), Maria Teresa Rovitto (Beautiful feet – ةلیمج مادقأ) e Matteo Vavassori (Confabulazioni).

Facendo tesoro delle esperienze precedenti, Esordi vuole dunque essere un radar che indaga sul contemporaneo, offrendo a tre autori l’occasione di esordire in un luogo importante come Pordenonelegge. Uno sguardo in divenire sulla lingua del nostro tempo: qualcosa che in Italia, oggi più che mai, sembra essere necessario.

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Poeti croati con Ana Brnardić, Ivan Herceg, Maja Klarić, Davor Šalat, Irena Skopljak Barić,
a cura di Marijana Sutič

Il campo della poesia contemporanea è talmente vasto che non può essere compreso in un’unica operazione critica, specialmente se l’obiettivo è rappresentare il panorama poetico di un’intera nazione. Questa antologia non pretende dunque di fare un’istantanea dell’intera scena della poesia croata dagli anni ‘90, ma è uno strumento per costruire un ponte tra la realtà poetica croata e quella italiana in modo che le due realtà possano conoscersi e riconoscere la continuità di uno scambio culturale, letterario e poetico che affonda le sue radici nel lontano XV secolo, nell’umanesimo dei letterati ragusei e dalmati. Ci sono già state figure importanti che hanno dedicato il loro lavoro a questo scopo, per esempio il professor Mladen Machiedo. Credo sia nostro dovere e privilegio poter continuare per questa via.

L’idea di quest’antologia nasce dallo scambio internazionale poetico tra il festival poetico Stih u regiji dell’Associazione degli scrittori croati (HDP), ideato e diretto da Ivan Herceg, che si svolge a Zagabria e nella regione di Zagabria, e del festival letterario pordenonelegge che sotto la direzione artistica di Gian Mario Villalta porta ormai da anni la letteratura mondiale in una zona che tradizionalmente viene considerata “marginale” da punto di vista geografico. Lo scambio è iniziato a settembre del 2024, quando ho avuto il piacere di presentare Ivan Herceg e Davor Šalat a Pordenone. Non è un caso che lo scambio abbia iniziato proprio con questi due nomi. Sia Davor Šalat sia Ivan Herceg hanno esordito nei primi anni ‘90 grazie al premio letterario “Goran za mlade pjesnike” (Goran per giovani poeti), il più grande riconoscimento poetico dell’epoca e trampolino di lancio per molti poeti che poi sono entrati a far parte della storia della poesia croata; Davor Šalat nel 1991 con la silloge poetica Unutarnji dodir (Il tocco dall’interno, edizioni IGK, Zagreb), Ivan Herceg nel 1994 con la silloge poetica Naša druga imena (I nostri altri nomi, edizioni IGK, Zagreb). Un altro nome presente in questa antologia ha ricevuto lo stesso premio, Ana Brnardić, nel 1998 con la silloge Pisaljka nekog mudraca (Lapis di un saggio, edizioni IGK, Zagreb). Perché prendere come punto di riferimento proprio gli anni ‘90 per raccontare la poesia contemporanea croata? Perché in quegli anni avviene un importante cambiamento nel contesto culturale e sociopolitico croato in seguito alla caduta della Repubblica Federale della Jugoslavija. Gli anni di guerra hanno portato alla centralizzazione della scena culturale croata e Zagabria è diventata bastione e faro per le zone compromesse dalla guerra. Questo cambiamento di “prospettiva” ha influenzato non solo la geografia della poesia croata, ma soprattutto i temi e il modo in cui “l’io” poetico si rivolge al mondo che lo circonda. Le tendenze poetiche dominanti, il cosiddetto “realismo urbano” e il neo-esistenzialismo, riconoscono negli elementi della quotidianità e nella lingua parlata il materiale poetico capace di comunicare efficacemente con il pubblico, d’altra parte in alcuni autori “l’io” poetico si “sposta”, la scrittura, il linguaggio e il testo di per sé diventano protagonisti dell’esperienza poetica, il testo è nello stesso tempo il metatesto. Tuttavia, le due tendenze non sono in contrapposizione, bensì coesistono sia sulla scena poetica sia nella scrittura di singoli autori come Ana Brnardić, Dorta Jagić, Marko Pogačar e altri. La generazione di autrici e autori nati dagli anni ‘90 in poi si distingue per il suo approccio individuale alla scrittura poetica che molto spesso tratta temi socialmente rilevanti.

Marijana Sutič

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Sottopelle di Noemi Nagy

Abbiamo conosciuto la poesia di Noemi Nagy nel XVI Quaderno italiano di poesia contemporanea, pubblicato da Marcos y Marcos nel 2023. Lì era il primo nucleo di questa silloge, che ora – dilatata in molte tra le possibili direzioni – corrisponde a un’idea stratificata di “sottopelle” del corpo e del noncorpo: se ad exergo della prima sezione si legge la considerazione “Sua caratteristica principale / è la mancanza del corpo”, infatti, è visibilmente presente nell’autrice la consapevolezza che nulla è visibile quanto ciò che sembrerebbe mancare. Ed è nella ricorrenza del corpo come verità e metafora che emerge – nel dire di Nagy – una mappa di situazioni che mirano a interpretare la complessità del presente, della sua fatica e del suo orrore: la cruenza delle immagini – nel susseguirsi di un disagio che si mantiene coerentemente sotto la pelle, in un sangue mai dichiarato ma sempre circolante – sostiene una narrazione tesa, che vuole – e sa – farsi ricordare per l’incisività delle scene evocate e per l’esattezza delle proporzioni.

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Quel che il lampo ha da dirti di Luigi Nacci

Tutto comincia da un’interruzione. Cosa rimane dopo l’addio? Auspici, resti organici, ricordi aggrappati agli oggetti, foto non scattate, un mondo che finirebbe se rimanessimo al Prologo. Ma la nostra vita è fatta degli incontri che vengono a trovarci facendoci rivivere l’amicizia e la disperazione, delle verità scambiate al buio che possono essere più forti delle solitudini, e così rimaniamo storditi e incantati, seduti in un’osteria o in piedi in mezzo a una piazza senza nome. Ecco allora che la sezione Eravamo poco più che ombre ci mostra fantasmi indimenticabili: Mohamed a Bruxelles, Faruk a Srebrenica, Edi a Račja Vas, Maria la zingara, il bigliettaio del Museo delle fogne a Parigi, la barista cinese che a Milano doma i suoi clienti con schiocchi di frusta – veri e propri racconti che condensano un tempo e durano più di loro stessi, grazie a versi in cui la sintassi segue un ritmo quasi epico, capace di accogliere quel vasto mondo di figure perché sa che le storie degli altri ci trasformano. Sullo sfondo luoghi al centro o ai margini dell’Europa, e soprattutto Trieste: il luogo dei fantasmi, dei fragili e dello stupore. Infine c’è la sezione, allocutoria e oracolare, Passa come una luce, dedicata alla viandanza: le ombre di prima riempiono lo zaino per poter ripartire e perdersi, stare negli elementi della natura, sognare nel bosco, vivere andando incontro alle cose che verranno, prendere congedo da sé, senza difese. Fino all’Epilogo: “ora che tutto è deciso” non c’è fine, tutto ci porta sempre a un nuovo sentiero.

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Quanto un bambino di Luigi Bressan

Tre versi della poesia Vento mostrano meglio di altri il cuore di questo libro di Luigi Bressan: Tutto è già stato a distesa / e sta davanti a sé stesso / nella sua splendida morte. Queste poesie cantano un’infanzia trasognata e spersa nella natura che chiama e viene colta nel suo cangiante mutare lungo le stagioni: quella prevalente è l’autunno, regno di illusione e coda dell’estate, seguito dall’inverno. Gli sprazzi d’estate e di primavera che si vedono nella seconda parte del libro sono insidiati dalle altre stagioni, dove trionfano il paesaggio dei Magredi e il greto del Tagliamento, mentre lo sguardo addita il maggiociondolo e la rara eremofila, le malve, i trifogli, per poi posarsi sugli uccelli, protagonisti della sezione finale: allodole, grifoni, gazze, cince, pettirossi. Ma in questa natura che invita si insinua l’ombra delle perdite che negli anni si susseguono (la sensazione di avere qualcosa alle spalle ritorna più volte), il presagio di qualcosa che manca, “un fremito di foglie”. L’ascolto, paziente, è dunque percorso da tensione, che apre alle visite di figure scaturite da un colore o da uno scatto inavvertito. Le voci tornano in un dialogo continuo con l’altrove. La notte e la sera sono il momento prediletto per le visite, anche se basta il lampo d’un lampione o un tuono per innescarle. Inserti di dialoghi si alternano a costruzioni continue, senza cesure, come groppi che stringono i filari dei versi sporgendo e rilanciando le immagini una dall’altra. Questa tensione inesausta – anche sul piano formale – vale, talvolta, la luce del mattino, che ammanta le cose, dappertutto: Quando si mostrano noi li vediamo / i colori dell’iride le forme audaci / le miriadi dei ventagli d’argento. // Per poco anche noi quella vita.

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L’antologia ragionata di Mario Santagostini
Collana Gialla

Sorprendente Mario Santagostini! D’accordo per ragionare su un’antologia che potesse diventare anche un bilancio sul proprio itinerario poetico, alla fine consegna un libro vero, coerente e vivissimo. Percorrendolo, si viene coinvolti in una tonalità espressiva che fa convivere tempi e paesaggi, presenze e assenze. E questo senza che mai venga meno il senso di una necessità, di un radicamento nel corpo/psiche dal quale la forma poetica emerge con naturalezza, nonostante le asperità e la complessità del testo. In verità, Santagostini ottiene quello che dice nella bella Nota che chiude il libro, dove afferma che ha scelto le poesie alla riprova della voce che le pronuncia: dicibili, credibili per allora e per adesso.

Il rapporto tra il tempo e il dire, l’attualità assoluta della voce e l’eredità della lingua che riporta anche il passato e la vita degli altri, diventa una presenza che lavora la lettura e che non è facile catturare. Proviamoci così: come si fa a dire che viviamo anche la memoria di altri, il sentire di altri, la vita di altri da sempre dentro la nostra, nei racconti, negli sguardi, nelle pieghe del sentire, del comprendere e del fraintendere? Questo libro ripete proprio questa domanda, e risponde come sa e come deve…

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Quarto anno per la rivista semestrale della Samuele Editore diretta da Matteo Bianchi: Laboratori critici – rivista semestrale di poesia e percorsi letterari.

Per quanto riguarda il percorso canonico:

LUCE DAL VUOTO
Anno IV, Vol. 7, luglio 2025
 

In questo numero:

Giorgio Bassani, Mario Benedetti, Carlo Bordini, Alessandro Broggi, Ignazio Buttitta, Patrizia Cavalli, Maurizio Cucchi, Antonio Delfini, Laura Di Corcia, Pasquale Di Palmo, Franco Fortini, Gabriele Galloni, Giuseppe Grattacaso, Guy Helminger, Filippo La Porta, Pier Francesco Meneghini, Alessandro Moscè, Giampiero Neri, Rossana Ombres, Francesco Ottonello, Lorenzo Pataro, Roberto Pazzi, Marco Pelliccioli, Pietro Polverini, Massimo Raffaeli, Francesco Scarabicchi, Stefano Simoncelli, Mattia Tarantino, Paolo Volponi

Oltre alla Redazione e al Comitato Scientifico hanno collaborato:
Marcello Azzi, Maurizio Cucchi, Paola Del Zoppo, Laura Di Corcia, Pasquale Di Palmo, Giuseppe Grattacaso, Guy Helminger, Filippo La Porta, Alessandro Moscè, Francesco Ottonello, Marco Pelliccioli, Massimo Raffaeli, Ilaria Roman, Mattia Tarantino

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PIUME SU UNO SCRÌMOLO: OLTRE MONTALE a cura di Alberto Bertoni
Anno IV, Vol. 8, novembre 2025
 

In questo numero:
Ansò Escolán, Giorgio Bassani, Giovanni Boine, Giorgiomaria Cornelio, Antonio Delfini, Filippo de Pisis, Gianni Di Fusco, Giulio Ferroni, Emilio Isgrò, Alda Merini, Clemente Rebora, Camillo Sbarbaro, Emiliano Sciuba, Morten Søndergaard, Gianni Venturi, William Wall

Oltre alla Redazione e al Comitato Scientifico hanno collaborato:
Carlos Ansò Escolán, Bruno Berni, Alberto Iacoviello, Emilio Isgrò, Giulio Mazzali, Serena Mansueto, Pier Francesco Meneghini, Emiliano Sciuba, Gianni Venturi, William Wall

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Per quanto riguarda la Serie Speciale:

RITRATTI DI POESIA 2025
Anno IV, Num.2, Aprile 2025
 

In questo numero:
Alessandro Anil, Riccardo Bravi, Nanni Cagnone, Carla Caiafa, Mircea Cărtărescu, Paolo Di Paolo, Roberta Durante, Sonia Gentili, Tommaso Giartosio, Graziano Graziani, Federico Italiano, Michael Krüger, Katarína Kucbelová, Vincenzo Mascolo, Bruno Mazzoni, Massimo Natale, Zuzana Nemčíková, Colm Tóibín

Oltre alla Redazione e al Comitato Scientifico hanno collaborato:
Alessandro Anil, Riccardo Bravi, Carla Caiafa, Paolo Di Paolo, Sonia Gentili, Tommaso Giartosio, Graziano Graziani, Federico Italiano, Vincenzo Mascolo, Bruno Mazzoni, Massimo Natale, Zuzana Nemčíková

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Per quanto riguarda i progetti sul territorio:

Poesie al muro: Futuro di AAVV, a cura di Roberto Cescon

Con ostinato entusiasmo la Pro Loco di Stevenà continua questa magnifica iniziativa, quasi indicibile in questi nostri tempi: animare il borgo con le poesie scritte dalla gente di Stevenà, e non solo, che rendono così magico e intenso passeggiare per le vie e testimoniano l’improsciugabile impulso a scrivere per sentire la propria vita trasfigurata nelle parole.

Chi scrive versi lo sa: ogni poesia è un viaggio, ogni verso una soglia verso uno stupore che non è mai solo nostro, ma ha a che fare con l’umano; è una felice fatica che ci spinge a guardare il mondo da dentro con tecnica e intuizione.

Le poesie al muro ci dicono il respiro di questo paese, che non è fatto solo di case e strade, ma vive di relazioni e scambi tra la gente che vi abita e il mondo, anzi la potenza di questa iniziative fa entrare il mondo di fuori a Stevenà per provocarlo e cambiarlo nei gesti che verranno.

Futuro è il tema comune delle poesie di quest’anno. Futuro è il moto incessante che accompagna gli esseri viventi quando agiscono e generano segni, tra dubbio e attesa. Non solo: un segno proviene dal passato, che è dentro l’organismo, e dal presente si protende in un futuro possibile, che vive adesso.

Insieme ai poeti invitati dal 2 al 5 settembre (Tommaso Di Dio, Flavio Santi, Maddalena Lotter e Andrea Longega) passeggeremo e dialogheremo con le persone cercando di raccontare, come nelle passate edizioni, l’esperienza della poesia.

Roberto Cescon

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Terra tra le dita: i profumi del vento di AAVV

“Poesie in Viaggio” è un titolo che racchiude l’essenza di questo libro: un viaggio attraverso le emozioni, le esperienze e le riflessioni di poeti che hanno voluto condividere la loro visione del mondo.

Le Pro Loco, con la loro passione per la cultura e la tradizione, hanno voluto partecipare ad uno spazio per la poesia, un luogo dove le parole possano viaggiare e incontrare i lettori.
In questo volume, troverete poesie che parlano di viaggio, di scoperta, di incontro e di condivisione. Sono poesie che vi accompagneranno in un percorso di riflessione e di emozione, che vi faranno scoprire nuovi orizzonti e nuovi punti di vista.

Siamo orgogliosi di presentare questo volume, alla sua terza edizione, che rappresenta il frutto del lavoro e della dedizione delle Pro Loco associate al Consorzio Arcometa, dei nostri poeti e dei nostri volontari.

Speriamo che queste poesie possano essere un compagno di viaggio per tutti coloro che amano la poesia e la lettura, e che possa ispirare e arricchire i lettori, e che possano contribuire a promuovere la cultura e la tradizione delle nostre terre.”

Il Consorzio Arcometa ringrazia le Pro Loco e tutti i poeti che hanno partecipato a questo progetto, e tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo libro.

Nadia Lorenzon

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Per quanto riguarda la promozione si segnalano 82 recensioni e segnalazioni (QUI) e 53 articoli sulla stampa nazionale (QUI).

Hanno quindi trattato di noi, a vario titolo: Corriere del Veneto, La Sicilia, Il Sole 24 ORE, Ferrara Today, Filo Magazine, Laboratori Poesia, Estense, Il Resto del Carlino, La Nuova Ferrara, Il Foglio, Il Piccolo, Telenord, Gazzetta della Spezia, Corriere della Sera, Messaggero, Manifesto, Gazzettino, PordenoneToday, L’Estroverso, Messaggero Veneto, Il Popolo, Il Gazzettino Nuovo, Il Faro di Roma, ViviCampania, Il Sannio Quotidiano, Tutto Libri, Clandestino, Atelier, Margutte, Che Intervista, Formafluens, Fare Voci, Il Foglio, L’Indiscreto, Poetarum Silva, larosainpiu.org, Perigeion, Pordenoneleggepoesia, Minima&Moralia, Le Parole e le Cose, Alma Poesia, Nuovi Argomenti, La Morte per Acqua, L’Astero Rosso, Versante Ripido, Tragico Alvemar, Fondazione Bassani, Morel Voci dall’Isola, Inverso Poesia, Nazione Indiana, La Balena Bianca, Radio Empire, Sguardo e Sogno, La Poesia e lo Spirito, Leggere Tutti, Poesia del Nostro Tempo, Rete Due Radiotelevisione Svizzera.

Per quanto riguarda gli eventi a cui la Samuele Editore è stata invitata a partecipare o ha essa stessa organizzato, questi sono stati 115 così suddivisi:

  • Gennaio: 11 incontri
  • Febbraio: 9 incontri
  • Marzo: 15 incontri
  • Aprile: 9 incontri
  • Maggio: 15 incontri
  • Giugno: 12 incontri
  • Luglio: 2 incontri
  • Agosto: 5 incontri
  • Settembre: 12 incontri
  • Ottobre: 3 incontri
  • Novembre: 14 incontri
  • Dicembre: 8 incontri

Oltre a Il Salone del Libro di Torino, Pordenonelegge, Book City Milano, di particolare importanza sono state la manifestazioni Pagine a Centro (25 gennaio, QUI) e  Le parole sono mappe (8 marzo, QUI).

Pagine a Centro – parentesi poetiche è stato un Festival inusuale presso il Centro Commerciale Il Castello di Ferrara dove hanno letto i loro testi Maria Grazia Chinato, Giuseppe Ferrara, Mino Petazzini, dove è stata presentata la rivista “Laboratori critici” (numero Speciale dedicato ad Angelo Andreotti) a cura di Daniele Serafini, dove Claudia Mirrione ha presentato con l’autore Rimembri ancora di Paolo Di Paolo (Il Mulino, 2024) e dove Umberto Piersanti e Giancarlo Pontiggia hanno dialogato sulla loro poesia con Matteo Bianchi.

Le parole sono mappe è stato invece un grande evento corale sparso in tutta Italia grazie alla collaborazione di decine di persone e partner (tra cui librerie e associazioni):

  • Trieste, Libreria Lovat, per Una Scontrosa Grazia letture di Gabriella Musetti, Marijana Šutić, Maria Grazia Chinato, Lili Radoeva-Destradi, Giorgia Vecchies
  • Gallarate, Libreria Librando, letture di Anna Bani, Rocìo Bolaños, Francesca Maria Federici, Silvia Giacomini, Elisa Longo, Elisa Malvoni, introduzione di Rocìo Bolaños
  • Pisa, Libreria Erasmus, letture di Maria Milena Priviero, Kristina Janušaité-Valleri, Fabia Tolomei, Stefania Giammillaro, Nadia Chiaverini, Cristiana Vettori, Valentina Lo Bello, Genny Sollazzi, Maria Teresa Coppola (introduzione di Jonathan Rizzo)
  • San Benedetto Del Tronto, Palazzo Bice Piacentini – Paese Alto, letture di Gabriella Sica, Elena Buia Rutt, Rossella Frollà, introduzioni di Rossella Frollà e Gianni Balloni
  • Roma, Libreria Mangiaparole, letture di Lucianna Argentino, Flaminia Cruciani, Sonia Gentili, Marilina Giaquinta, Marzia Spinelli, introduzione di Marilina Giaquinta

Le parole sono mappe si è anche riversata online, su Laboratori Poesia, con letture di Valeria TinariDanila Di CroceMaria Milena PrivieroCamilla ZigliaLuisa Delle VedoveRossella CalecaMarina BaldoniMaria Grazia ChinatoClaudia MirrioneKristina Jan ValleriFabia TolomeiSilvia RosaMara VenutoFrancesca SorianiElisa LongoAnita PiscazziNoemi NagyAlessia BronicoDaniela PericoneCaterina GoliaAlice SerraoErica DonzellaEmilia BarbatoSerena MansuetoFrancesca SaladinoRocío BolañosLaura D’AngeloClaudia Di PalmaVernalda Di TannaValentina ColonnaImperatrice BrunoSilvia AtzoriIlaria GiovinazzoCandelaria RomeroArianna VartoloBeatrice ZerbiniAlessandra CorbettaRossella FrollàRosaria Lo RussoSonia Gentili.

 

Oltre ai tradizionali grandi eventi come Il Salone del Libro di Torino, Pordenonelegge, BookCity Milano, le varie presentazioni e/o momenti di lettura singoli o collettivi hanno toccato città come Firenze, Pordenone, Roma, Pisa, Gallarate, Trieste, San Benedetto Del Tronto, Ferrara, San Pietro al Natisone, Milano, Napoli, Como, Rancate, Catania, Sarzana, Monza, Trento, Forenza, Mestre, Sacile, Bologna, Castelnuovo Magra, Stevenà, Macerata, Genova, Udine, Villacidro, Torino, Iglesias, Bergamo, Treviso, San Vito al Tagliamento, Parma, Taranto, Verona, Vigevano, Pistoia, Cuneo (Tutti gli eventi QUI).

E, come ormai da tradizione, abbiamo presentato i numeri canonici e gli Speciali della rivista “Laboratori critici” in occasione dei grandi eventi:

  • Pordenonelegge
  • Book City Milano

E allo stesso modo i libri Samuele Editore ai grandi eventi:

  • Salone del Libro di Torino
  • Pordenonelegge
  • Book City Milano

 

Per quanto riguarda i Premi un grande anno di successi che vede la ripresa di editi anche di alcuni anni fa, segnale importante che dice che i libri cominciano ad avere una vita sempre più lunga e duratura:

  1. Premio Laurentum SIAE Giovani Talenti a Marco Amore, L’ora del mondo, Collana Scilla, 2023)
  2. Premio Tirinnanzi a L’età verde di Alessandra Corbetta (2024)
  3. Finalista al Premio Dessì per L’età verde di Alessandra Corbetta (2024)
  4. Finalista al Premio Frascati per L’età verde di Alessandra Corbetta (2024)
  5. Premio Laboratori della Visione a Terra dei ritorni di Alessandro Anil (2023)
  6. Premio San Vito al Tagliamento Giovani Poeti a Terra dei ritorni di Alessandro Anil (2023)
  7. Premio Speciale San Vito al Tagliamento a Silenzi a più voci di Tina Volaric (2023)
  8. Premio Malattia della Vallata a Le crepe di Franca Grisoni (2021)
  9. Finalista al Premio Poesia Onesta per Il giardino dei semplici di Maria Milena Priviero (2024)
  10. Premio Camaiore in memoria di Rosanna Lupi e Paola Lucarini a Dolori di Zhao Lihong (2024)
  11. Premio Montale fuori di casa a Dolori di Zhao Lihong (2024)
  12. Premio Bologna in Lettere a Se non sarò più mia di Italo Testa (2024)
  13. Premio Bookciak Poesia a Istà di Andrea Longega (2024)
  14. Finalista al Premio Zeno per La stagione accanto di Rossella Caleca (2021)

 

Infine non possiamo non parlare della Decima Edizione del Festival della Letteratura Verde.

Tenutasi il 15 giugno 2025 a Porcia (PN) presso le rive del  Lago della Burida, ha avuto come tema “I muri si fanno radici”. Ricordiamo che il Festival nasce inizialmente come una serie di letture poetiche (2012) sulle rive del lago della Villa Correr Dolfin di Porcia, a cura di Claudio Moras, a cui ha fatto seguito poi la trasformazione in Notturno in Villa-Artisti sotto le Stelle (2013). Ciclo quest’ultimo sempre patrocinato dal Comune di Porcia e in collaborazione con il Circolo Artistico Purlilium. Nel 2014, anno dell’ingresso nell’organizzazione della Samuele Editore, si aggiunge una sezione letteraria cambiando il nome in Verdarti. Nel biennio 2016-2017 la Pro Porcia affida la conduzione di una finestra poetica presso la Barchessa Est della Villa Correr Dolfin a Maria Milena Priviero. Nel 2018 torna la Samuele Editore e nasce il nome Festival della Letteratura Verde. Nel 2019 l’Edizione dedicata a Livio Sossi a seguito della scomparsa ddel professore di storia e letteratura per l’infanzia, uno dei più importanti esperti italiani di libri per bambini, accaduta nei primi mesi dello stesso anno. Nel 2021, dopo lo stop di un anno dovuto alla Pandemia da Covid, il Festival della Letteratura Verde impronta un’edizione all’insegna di collaborazioni con altre realtà locali e non, complice anche il riconoscimento a Porcia di “Città che legge” da parte del Mibact. Nel 2022, a causa di lavori presso la Villa Correr Dolfin, il Festival si sposta presso il lago della Burida consolidando collaborazioni e dando nuova vita ai Fogli di Poesia. Il Festival inizia a darsi un tema. Nel 2023 e nel 2024 continua il percorso consolidato aprendo a nuove collaborazioni: Pordenone Poesia Community, Arcometa. Nel 2025 una grande festa per i 10 anni del Festival!

I temi del Festival della Letteratura Verde:

  • 2022: Consapevolezza
  • 2023: Curiosità
  • 2024: Ritorno alla natura
  • 2025: I muri si fanno radici

 

Di seguito, prima di passare a Una Scontrosa Grazia e Laboratori Poesia e “Laboratori critici”, alcuni dei momenti più belli dell’anno delle diverse attività della Samuele Editore:


Per quanto riguarda Una Scontrosa Grazia a settembre abbiamo festeggiato 10 anni del ciclo. Nel 2025 abbiamo organizzato 8 incontri, dal 119 al 126esimo e abbiamo partecipato alla Fiera dell’Editoria Transfrontaliera e del Mediterraneo il 4 ottobre.

Tra gli ospiti dell’annata: Gian Mario Villalta, Ida Travi, Marco Corsi, Claudio Damiani, Rita Filomeni, Eva Taylor, Giuseppe Nava, Rossella Frollà

 

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Allo stesso modo un grande anno di consolidamento, di articoli ma anche di eventi per Laboratori Poesia e “Laboratori critici” tra uscite canoniche e Speciali, approfondimenti, recensioni, ricerche ma anche le seconde edizioni de Lo Sfogliabile e del Contest di Fine anno per Laboratori Poesia, e la scoperta di un inedito montaliano a Bassani per “Laboratori critici”.

Di particolarissima importanza infine gli eventi: la partecipazione a Le parole sono mappe e la presentazione a BookCity Milano anche per Laboratori Poesia!!!!


 

Alcuni numeri di Laboratori Poesia: 66 Speciali, 261 articoli durante i 12 mesi. Mentre “Laboratori critici” veniva discussa a Pordenonelegge:


 

E a Book City Milano:


 

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BUON ANNO A TUTTI

 

Samuele Editore