
Quanto un bambino
Luigi Bressan
Pagine 88
Prezzo 15 euro
ISBN 979-12-81825-34-5
Tre versi della poesia Vento mostrano meglio di altri il cuore di questo libro di Luigi Bressan: Tutto è già stato a distesa / e sta davanti a sé stesso / nella sua splendida morte. Queste poesie cantano un’infanzia trasognata e spersa nella natura che chiama e viene colta nel suo cangiante mutare lungo le stagioni: quella prevalente è l’autunno, regno di illusione e coda dell’estate, seguito dall’inverno. Gli sprazzi d’estate e di primavera che si vedono nella seconda parte del libro sono insidiati dalle altre stagioni, dove trionfano il paesaggio dei Magredi e il greto del Tagliamento, mentre lo sguardo addita il maggiociondolo e la rara eremofila, le malve, i trifogli, per poi posarsi sugli uccelli, protagonisti della sezione finale: allodole, grifoni, gazze, cince, pettirossi. Ma in questa natura che invita si insinua l’ombra delle perdite che negli anni si susseguono (la sensazione di avere qualcosa alle spalle ritorna più volte), il presagio di qualcosa che manca, “un fremito di foglie”. L’ascolto, paziente, è dunque percorso da tensione, che apre alle visite di figure scaturite da un colore o da uno scatto inavvertito. Le voci tornano in un dialogo continuo con l’altrove. La notte e la sera sono il momento prediletto per le visite, anche se basta il lampo d’un lampione o un tuono per innescarle. Inserti di dialoghi si alternano a costruzioni continue, senza cesure, come groppi che stringono i filari dei versi sporgendo e rilanciando le immagini una dall’altra. Questa tensione inesausta – anche sul piano formale – vale, talvolta, la luce del mattino, che ammanta le cose, dappertutto: Quando si mostrano noi li vediamo / i colori dell’iride le forme audaci / le miriadi dei ventagli d’argento. // Per poco anche noi quella vita.
Greti
Vado sui greti verso monte
risalgo finché i sassi
crocchiando non sgombrino l’animo
fermo i passi, tendo l’orecchio
se colga l’aria delle cime
che fluisce segreta al mare
lungo le bianche vie
l’aria della pietra, delle ere
che non avevano un nome
degli scheletri scolpiti dalla pioggia
se l’occhio incontri il maggiociondolo
che su una riva s’orna chinando il capo
o il volo palpitante della rara Eremofila.
L’invito
Ho detto: vieni a sentire…
Mi volto, non c’è più nessuno.
È vero che si sente appena
che più s’allontana quel trillo
che forse soltanto mi pare
ma eravamo insieme a sperare.
Adesso ho il vuoto alle spalle
non sapevo di facce serrate
di un’ingannevole luce
che piega al suolo i miei occhi.
Una salvezza le erbe note
fiaccate non spente dalla brina
le malve le piantaggini i trifogli.
Mi guardo intorno l’abbandono
la terra paziente dell’attesa
e torna il richiamo, l’invito.
Altrove
Un altro se n’è andato
non lo conoscevo
tra me e la sua casa
c’erano due aceri
sono ancora lì
metà delle foglie
in terra per il secco
l’aria rinchiude i clamori
sulle cose i riflessi del sole
sono sguardi di chi vive altrove.
L’aruspice
Si perde l’eco dei notiziari
via dalle strade verso le stoppie
sottomonte in questa giornata
come altre che rimbombano
da lontano e trepida incombe.
Quasi un presagio il volo
altalenante delle cornacchie
nel vento quando toccano
il suolo a raccattare per fame.
Occorre tempo perché ritorni
in un cielo svenato una voce
di dentro rara a ricomporre
parole come cibo di domani.
