
Ero e leandro
Museo Grammatico
Pagine 92
Prezzo 15 euro
ISBN 979-12-81825-41-3
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Prezzo 7 euro
Vengono qui presentate due traduzioni, a distanza di più di due secoli l’una dall’altra, del famoso poemetto Ero e Leandro di Museo Grammatico, attivo nel V secolo d.C. in area siriana. La prima versione è del giovane Francesco Gulic, triestino attualmente residente a Graz, musicista e compositore, oltre che cultore della letteratura classica e della traduzione; la seconda di Luigi Lechi (1786/1867), politico e umanista bresciano, senatore del Regno d’Italia e amico di Manzoni, Rossini e Foscolo.
Le ragioni che ci hanno portato ad accostare questi due traduttori così apparentemente lontani tra loro sono molteplici, ma il Caso ci ha fornito senza dubbio la più ghiotta. Come molti amici di lunga data sapranno, la Samuele Editore, fin dalla sua fondazione, ha pensato sé stessa come l’ideale continuatrice, adottandone anche il simbolo dell’ape, della famosa tipografia di Niccolò Bettoni, presente ad Alvisopoli (almeno fino al 1817) e a Brescia. Ebbene, proprio a Brescia nel 1811 venne pubblicata la versione di Lechi dell’Ero e Leandro. Perché non perseverare in questa continuità pubblicandone una nuova 214 anni dopo?
Federico Rossignoli
Τα καθ’ Ηρώ και Λέανδρον
Εἰπέ, θεά, κρυφίων ἐπιμάρτυρα λύχνον Ἐρώτων
καὶ νύχιον πλωτῆρα θαλασσοπόρων ὑμεναίων
καὶ γάμον ἀχλυόεντα, τὸν οὐκ ἴδεν ἄφθιτος Ἠώς,
καὶ Σηστὸν καὶ Ἄβυδον, ὅπῃ γάμον ἔννυχον Ἡροῦς
νηχόμενόν τε Λέανδρον ὁμοῦ καὶ λύχνον ἀκούω,
λύχνον ἀπαγγέλλοντα διακτορίην Ἀφροδίτης,
Ἡροῦς νυκτιγάμοιο γαμοστόλον ἀγγελιώτην,
λύχνον, Ἔρωτος ἄγαλμα· τὸν ὤφελεν αἰθέριος Ζεὺς
ἐννύχιον μετ’ ἄεθλον ἄγειν ἐς ὁμήγυριν ἄστρων
καί μιν ἐπικλῆσαι νυμφοστόλον ἄστρον Ἐρώτων,
ὅττι πέλεν συνέριθος ἐρωμανέων ὀδυνάων,
ἀγγελίην δ’ ἐφύλαξεν ἀκοιμήτων ὑμεναίων,
πρὶν χαλεπαῖς πνοιῇσιν ἀήμεναι ἐχθρὸν ἀήτην.
ἀλλ’ ἄγε μοι μέλποντι μίαν συνάειδε τελευτὴν
λύχνου σβεννυμένοιο καὶ ὀλλυμένοιο Λεάνδρου.
Σηστὸς ἔην καὶ Ἄβυδος ἐναντίον ἐγγύθι πόντου.
γείτονές εἰσι πόληες. Ἔρως δ’ ἑὰ τόξα τιταίνων
ἀμφοτέραις πολίεσσιν ἕνα ξύνωσεν ὀιστόν
ἠίθεον φλέξας καὶ παρθένον. οὔνομα δ’ αὐτῶν
ἱμερόεις τε Λέανδρος ἔην καὶ παρθένος Ἡρώ.
ἡ μὲν Σηστὸν ἔναιεν, ὁ δὲ πτολίεθρον ἀβύδου,
ἀμφοτέρων πολίων περικαλλέες ἀστέρες ἄμφω,
εἴκελοι ἀλλήλοισι. σὺ δ’, εἴ ποτε κεῖθι περήσεις,
δίζεό μοί τινα πύργον, ὅπῃ ποτὲ Σηστιὰς Ἡρὼ
ἵστατο λύχνον ἔχουσα καὶ ἡγεμόνευε Λεάνδρῳ·
δίζεο δ’ ἀρχαίης ἁλιηχέα πορθμὸν Ἀβύδου
εἰσέτι που κλαίοντα μόρον καὶ ἔρωτα Λεάνδρου.
Ἀλλὰ πόθεν Λείανδρος Ἀβυδόθι δώματα ναίων
Ἡροῦς εἰς πόθον ἦλθε, πόθῳ δ’ ἐνέδησε καὶ αὐτήν;
Ἡρὼ μὲν χαρίεσσα διοτρεφὲς αἷμα λαχοῦσα
Κύπριδος ἦν ἱέρεια· γάμων δ’ ἀδίδακτος ἐοῦσα
πύργον ἀπὸ προγόνων παρὰ γείτονι ναῖε θαλάσσῃ,
ἄλλη Κύπρις ἄνασσα. σαοφροσύνῃ δὲ καὶ αἰδοῖ
οὐδέποτ’ ἀγρομένῃσι συνωμίλησε γυναιξὶν
οὐδὲ χορὸν χαρίεντα μετήλυθεν ἥλικος ἥβης
μῶμον ἀλευομένη ζηλήμονα θηλυτεράων,
– καὶ γὰρ ἐπ’ ἀγλαΐῃ ζηλήμονές εἰσι γυναῖκες –
ἀλλ’ αἰεὶ Κυθέρειαν ἱλασκομένη Ἀφροδίτην
πολλάκι καὶ τὸν Ἔρωτα παρηγορέεσκε θυηλαῖς
μητρὶ σὺν οὐρανίῃ φλογερὴν τρομέουσα φαρέτρην.
ἀλλ’ οὐδ’ ὧς ἀλέεινε πυριπνείοντας ὀιστούς.
Δὴ γὰρ Κυπριδίη πανδήμιος ἦλθεν ἑορτή,
τὴν ἀνὰ Σηστὸν ἄγουσιν Ἀδώνιδι καὶ Κυθερείῃ.
Ero e Leandro
traduzione di Francesco Gulic
Raccontami, Dea, degli amori che solo una lampada vide
e del nuotatore notturno attraverso alti mari per nozze
che non ebbero alcun testimone, nemmeno l’Aurora immortale,
e di Sesto e di Abido, che esalano ancora l’odore del sale
alle svelte bracciate, del balsamo d’Ero, dell’olio del lume,
lume che fu per volere di Cipride cerimoniere
del suo rito amoroso che Zeus, come premio, dall’alto del cielo
avrebbe potuto portarlo dov’è in assemblea il firmamento
ed eleggerlo stella cometa di chi ama furtivo di notte,
perché fu vicino al dolore di folli passioni di coppia
e celò la notizia di quelle serate in piacevole insonnia,
prima che contro di loro soffiassero raffiche avverse.
Allora cantiamo a una sola voce una storia, una fine:
l’affievolirsi del fuoco negli occhi del prode Leandro.
Di fronte ad Abido ecco Sesto, città separate dal mare
eppure vicine. Prendendo la mira l’arciere celeste
centrò con solo una freccia entrambi gli ambiti bersagli,
infiammando violente passioni ai due giovani. Era Leandro,
grande il suo fascino, ed Ero la vergine il nome di quelli.
Lei cittadina di Sesto e lui della rocca di Abido,
come due astri lucenti sui propri orgogliosi abitanti,
così somiglianti. E se tu mai passasti in quelle regioni,
cerca per me quel torrione, nel quale la giovane sestia
in tempi lontani reggeva la luce e guidava Leandro;
cerca ad Abido fra scogli di secoli l’eco del mare
che forse tuttora compiange il destino e l’amore a Leandro.
Ma come Leandro, che aveva dimora ad Abido, fu preda
di un tal desiderio provato da Ero in eguale misura?
Ero, graziosa, di nobile sangue, sembrava una dea,
sacerdotessa del tempio di Cipride, ignara di nozze,
da regina, da nuova Afrodite, abitava una torre ancestrale,
affacciata sul mare: saggezza e pudore la tennero fuori
sia da gruppi di donne che vanno in campagna d’estate,
sia dalle danze aggraziate che i suoi coetanei disegnano,
evitando così le critiche della gelosia femminile
(le ragazze, di fatto, si fanno invidiose se una è più bella).
Lei invece, sempre temendo le faretre ardenti di Eros,
ogniqualvolta l’aveva placato con doni ed offerte,
si rendeva propizia sua madre celeste, Afrodite Citèrea.
Ma nulla, purtroppo, servì a schivare le frecce infuocate.
Ed ecco il popolo, allora, animare le piazze, la festa
che a Sesto si tiene ogni anno in onore di Adone e Citèrea.
Questa traduzione, del 1811, è testimone di un’epoca di notevole fermento culturale, e si inserisce nella lunga tradizione italiana che ha voluto (il passato prossimo è necessario) una classe dirigente dalla formazione per lo più letteraria. Sebbene suoni come antiquata, riesce a salvarsi dall’eccessiva pomposità risultando elegante e fine, magari non per tutte le occasioni, ma ad ogni modo “bella da vedere”. Un interessante artificio per renderla più fruibile potrebbe essere quello di leggerla ad alta voce, cercando di approcciarvisi come ad un testo teatrale. Lo spirito che animò quel periodo storico, dopotutto, è quello neoclassico. Intrigante notare che Lechi dedicò questa traduzione a Marzia Martinengo Cesareo, nobildonna bresciana che animava un importante salotto culturale nella Brescia del tempo, frequentato dai più importanti letterati come appunto Lechi e Foscolo stesso, conosciuto in occasione della pubblicazione Dei sepolcri (sempre con Niccolò Bettoni), che con Marzia ebbe una documentata relazione amorosa, intensa seppur breve (1807-1809).
F.R.
A Marzia Martinengo Cesaresco
A te il garzon d’Abido
A te la sestia vergine
Dal contrastato lido,
Marzia, uno sguardo chieggono,
Ti chieggono un sospir.

Amor condusse noi ad una morte.
Dante Inf. C.v.
Canta, o Dea, la lucerna di furtivi
Amori testimonio, e il notatore
Notturno d’imenei che il mar passâro,
E il buio maritaggio che l’Aurora
Immortale non vide, e Abido e Sesto,
Ove fur d’Ero le notturne nozze.
Il notator Leandro e la lucerna
Io sento; la lucerna, degli annunzj
Di Ciprigna ministra, e nunzia d’Ero
Cui nella notte i conjugali amplessi
Ornava; la lucerna dell’Amore
Simulacro, che un dì l’etereo Giove,
Compiuta l’opra della notte, in ciclo
Addur dovea fra gli astri, e degli amori
Chiamar pronuba stella, chè ministra
Fu d’amorosi affanni e fida nunzia
Serbossi a un tempo di vegghianti nozze
Pria che vento spirasse aspro nemico.
Ma mentre io canto, tu meco pur canta,
E l’estinta lucerna e il morĩente
Leandro ch’ebber pari a un tempo il fine.
Non lontane città Sesto ed Abido
Stanno a rincontro e le divide il mare.
Tese Amor l’arco ed un sol dardo in ambe
Le cittadi scagliando, un giovinetto
V’accese e una donzella; eran lor nomi
Amabile Leandro e vergin’ Ero.
Ella Sesto abitava ed egli Abido:
In ambe le città stelle vezzose
Pari fra lor – Tu poi, ove t’avvenga
Volgerti per colà, cerca una torre
In che standosi un giorno Ero la Sestia
Colla lucerna fea scorta a Leandro;
Cerca d’Abido antica il fragoroso
Stretto, che piange di Leandro ancora
E la morte egli amor’ – Ma come venne,
Abitator d’Abido, in amor d’Ero,
Il giovinetto, e come un’ugual fiamma
Seppe destar della donzella in core?
Ero vezzosa che d’illustre sangue
Scendea, sacerdotessa a Vener’ era;
E delle nozze ignara, al mar vicina
Torre avita abitava, altra Ciprigna.
Casta e pudica, il conversar fuggia
Colle adunate donne e il danzar lieto
Della a se pari gioventù, schivando
Delle donne il livor, chè invidïose
Furô del bello altrui le donne ognora.
E sempre Citerea placando, spesso
Propizïava Amor eo’ libamenti,
E la Madre celeste e in un del Figlio
L’infocata faretra paventando.
Pur non scampò l’ignifere saette.
Venner le ciprie feste, in cui celébra
Venere e Adone il popolo di Sesto.
Correano in folla al sacro giorno quanti
Abitavano l’isole vicine
Che il mar bagna d’intorno. Altri d’Emonia,
Altri venian della marina Cipro:
Donna a Citera non restò, nè a’ gioghi
Del Libano odoroso alcun saltante
O abitator di Frigia o cittadino
Della vicina Abido, e non alcuno
De’ giovinetti di donzelle amanti
Che sempre vanno ove di festa è fama,
Non solo onde offerir vittime ai Numi
Quanto per la beltà delle fanciulle
Ch’ivi s’accolgon – Della Dea pel tempio
La vergin’ Ero s’aggirava, e dolce
Il volto risplendea come nascente
Luna di bianche guance; i giri estremi
Delle candide gote rosseggiavano
Quale in doppio color sbuccia la rosa.
- Ero e Leandro a Pianoforte poetico – video
- Ero e Leandro a Pianoforte poetico – foto
- dal Messaggero Veneto dell’8 marzo
- dal Gazzettino del 7 marzo
- Ero e Leandro a Pianoforte poetico – 8 marzo
- Ero e Leandro – Museo Grammatico
