Io sono un papavero – Akiko Yosano



 
 
Io sono un papavero
Akiko Yosano
Pagine 196
Prezzo 18 euro
ISBN 979-12-81825-40-6


 
 
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Prezzo 8 euro


 
 
 
 

Yosano Akiko, all’anagrafe Hō Shiyō, nacque il 7 dicembre 1878 a Sakai, città portuale situata a circa 15 chilometri da Ōsaka. Il padre, Ōtori Sōshichi (1847-1902), fu un ricco mercante del posto e gestì, insieme alla moglie Sakagami Tsune (1851-1907), un’impresa di dolci giapponesi, in particolare yōkan 羊羹. Pur crescendo in un ambiente conservatore, fortemente radicato nelle tradizioni patriarcali dell’epoca, Akiko mostrò fin da subito un’indole libera ed intraprendente, nonché un profondo interesse per lo studio sia della letteratura classica (in particolare del Genji monogatari 源氏物語) che di quella moderna. La sua famiglia cercava di trasformarla gradualmente in una cosiddetta “donna ordinaria” (tada no onna ただの女) ossia una donna di casa e madre amorevole, indirizzando di conseguenza la formazione della giovane. Così, dall’età di sette anni, cominciò a frequentare, parallelamente ai corsi scolastici, lezioni private di koto, shamisen e danza (butō 舞踏), tutte attività che in seguito abbandonò ma che, all’epoca, servivano per affinare quell’eleganza necessaria a farle trovare un buon partito. Il suo interesse, tuttavia, era già rivolto altrove. Le furtive letture che si concedeva tra una pausa e l’altra dal lavoro nell’azienda di famiglia e in tarda sera la avvicinarono sempre di più alla poesia, cui evidentemente era destinata.

A soli diciassette anni, nel 1895, una sua tanka venne pubblicata (con lo pseudonimo di Akiko Ōtori) all’interno della rivista Bungei kurabu 文芸倶楽部 (‘Club letterario’); in essa si leggono distintamente le influenze dei classici da lei tanto amati, in primis la Storia di Genji:

露しげきむぐらが宿の琴の音に秋を添へたる鈴虫の声
tsuyu shigeki mugura ga yado no koto no ne ni aki o soetaru suzumushi no koe

rampicanti
immersi nella rugiada…
ecco, il canto dei grilli
accompagna l’autunno
tra le note del koto di questa dimora

Tra il 1895 e il 1896, Akiko si unì al Sakai Shikishima-kai 堺敷島会 (‘Associazione di Sakai Shikishima’), inviando con maggiore regolarità suoi scritti per la pubblicazione. In quello stesso periodo, il ventaglio dei suoi interessi letterari si ampliò ulteriormente grazie all’incontro con le riviste Bungaku-kai 文学会 (‘Società letteraria’) e Yoshiashigusa よしあし草 (‘L’erba buona e cattiva’), organo di divulgazione della Società letteraria dei giovani di Naniwa (Naniwa seinen bungaku-kai 浪速青年文学界) gravitante intorno alla figura del poeta Kawai Suimei (1874-1965). La Bungaku-kai, in particolare, era una rivista, pubblicata con cadenza mensile, che riuniva intorno a sé alcuni giovani letterati della Meiji gakuin 明治学院 di Tokyo, sotto la guida del poeta e critico letterario Ueda Bin (1874-1916). Alla base del sodalizio, vi era un profondo interesse per il romanticismo europeo; nei versi dei suoi componenti, infatti, spiccavano i temi del «risveglio delle individualità, la loro aspirazione alla verità, il bello e l’inaccessibile, così come la fede cristiana nell’uguaglianza di tutti gli uomini».

Fondamentale, in questo dinamico contesto culturale, fu l’incontro con il poeta e monaco buddhista Kōno Tetsunan (1874-1940), con il quale strinse amicizia e grazie al quale Akiko ebbe modo di conoscere di persona la figura chiave della propria evoluzione letteraria, ossia lo scrittore (e futuro marito) Yosano Tekkan (1873-1935).

Tekkan (vero nome Yosano Hiroshi) era nato a Kyoto il 26 febbraio 1873. Insegnante presso la Scuola femminile di Tokuyama (Tokuyama jogakkō 徳山女学校), fu costretto ad abbandonarla a causa dello scandalo legato ad una relazione clandestina con una propria studentessa. Si trasferì, dunque, a Tokyo, ove lavorò presso alcune testate giornalistiche.

È a partire dal 1894 che egli iniziò a sviluppare le proprie teorie sul rinnovamento della poesia giapponese, in particolare della tanka. In opposizione alla cosiddetta ‘vecchia scuola’ (kyūha 旧派), che propugnava la conservazione di uno stile poetico profondamente radicato nel passato e fedele alla tradizione, Tekkan avvertiva l’urgenza di una maggiore originalità ed espressività compositiva, al fine ultimo di adattare la tanka alle evoluzioni socio-culturali dell’epoca. Riteneva, in particolare, che per conseguire tale obiettivo fosse indispensabile una maggiore individualità, ossia una più ampia presenza della personalità del poeta all’interno degli scritti (‘poesia dell’io’ o jiga no shi 自我の詩).

Luca Cenisi

 
 
しのび足に君を追ひゆく薄月夜右のたもとの文がらおもき
 
shinobi ashi ni kimi o oiyuku usuzukiyo migi no tamoto no fumigara omoki
 
 
t’inseguo furtiva
in questa notte illuminata
da una debole luna
portando nella manica destra
il peso di una tua lettera
 
 
 
 
戀ならぬ寢ざめたたずむ野のひろさ名なし小川のうつくしき夏
 
koi naranu nezame tatazumu no no hirosa na nashi ogawa no utsukushiki natsu
 
 
al mio risveglio
lascio indietro l’amore
e vagabondo
in vasti campi e fiumi
senza nome: bella, l’estate
 
 
 
 
とき髪を若枝にからむ風の西よ二尺足らぬうつくしき虹
 
tokigami o wakae ni karamu kaze no nishi yo ni shaku taranu utsukushiki niji
 
 
il vento dell’Ovest
lega i miei capelli sciolti
ai giovani rami
e v’intravedo un piccolo
splendido arcobaleno
 
 
 
 
落日はつよき力をうち忘れ女のごとく恋のみに燃ゆ
 
rakujitsu wa tsuyoki chikara o uchiwasure onna no gotoku koi no mi ni moyu
 
 
il sole al tramonto
dimentica il proprio vigore;
brucia adesso
di un amore simile
a quello che prova una donna
 
 
 
 
人住まぬ島にも似たる清らなる白き椿と思いけるかな
 
hito sumanu shima ni mo nitaru kiyoranaru shiroki tsubaki to omoikeru kana
 
 
incontaminata
come un’isola che alcun uomo
ha mai abitato;
ecco, invero, a cosa assomiglia
questa camelia bianca
 
 
 
 
燃え立つも消え行くことも目に見えぬあてなる恋の焔なるかな
 
moetatsu mo kie yuku koto mo me ni mienu atenaru koi no homura naru kana
 
 
che bruci furente
o che vada estinguendosi,
la fiamma dell’amore
resta invisibile
agli occhi degli uomini
 
 

Akiko, nei suoi saggi a difesa delle donne, utilizzerà spesso i binomi maschile-violenza (sia fisica, tangibile, che di impulsi), maschile-guerra, uomo-morte, uomo-logica, contrapposti a donna-amore, donna-dispensatrice di vita. Scrive per esempio in Mirai no fujin to nare (‘Diventate le donne del futuro’): «Senza dubbio è difficile evitare la guerra se ragioniamo partendo dalle relazioni internazionali, dai problemi economici, da quelli etici; però le donne rappresentano la metà del genere umano, e come membri di una comunità che collabora hanno il diritto di chiedere agli uomini di evitarla il più possibile.»

Ma, come sottolinea la critica sia giapponese che occidentale, la stessa Akiko che scrisse queste parole, rovesciò completamente il proprio punto di vista negli anni successivi, giungendo ad approvare l’atteggiamento belligerante del Giappone nel 1914 quando il governo dichiarò guerra alla Germania, come dimostra, tra le altre, la poesia Sensō (‘Guerra’): «persino io che la guerra odio/ in questi tempi sento eccitare il mio animo […]/ A qualsiasi costo/ adesso è l’ora di pugnare», scrisse in quell’occasione, attribuendo alla guerra il potere contraddittorio di portare la vera pace; aderì nel 1930 al nazionalismo in occasione della guerra con la Cina, e successivamente approvò quella del Pacifico nel 1942.

In occasione dell’esplosione del treno sul quale si trovava il governatore della Manciuria Zhang Zuolin, nel 1931, attentato organizzato dai giapponesi ma di cui furono accusati i cinesi e che fornì la scusa al Giappone per controllare con le armi la zona, Akiko scrisse:

その半焦げたる汽車に將軍のもて遊びたる紙牌の白し

sono nakaba kogetaru kisha ni shōgun no moteasobitaru shihai no hakushi

dentro a quel treno
arso per metà, resta
soltanto il bianco
delle carte da gioco.
Svago del capitano.

Quale spirito esattamente domina questi versi? Pietà ed orrore per la morte delle persone che erano nel treno? L’occhio di Akiko sembra stranamente distaccato, obiettivo, per la verità, per attribuire senza tentennamenti alla poesia dei sentimenti pacifisti. E se questo componimento risulta ambiguo, nessun fraintendimento è invece possibile per un’altra opera, in versi liberi questa volta, Nihon kokumin asa no uta (‘Popolo giapponese – La vostra canzone del mattino’, 1932). La lirica comincia con l’identica esclamazione che apre Kimi shinitamō koto nakare, poi però, paradossalmente, esalta proprio il coraggio di compiere una missione suicida in battaglia e la lealtà verso l’Imperatore. A questi versi si uniscono tutti gli scritti che compongono la raccolta di saggi Yūshōsha to nare (‘Siate i vincitori’, 1934) in cui abbondano le espressioni mutuate dalla propaganda militarista.

Cristina Banella