Gabriella Pison su Le distrazioni del viaggio



 

“LE DISTRAZIONI DEL VIAGGIO” di Annalisa Ciampalini
recensione di Gabriella Pison

 
 

La magia del titolo “Le distrazioni del viaggio” mi trasporta immediatamente in un viaggio esistenziale e introspettivo dell’Autrice, dove si sente l’eco dello spirito dei nostri tempi, quel desiderio di interrealtà, di essere e non essere nel tempo e nello spazio, essere offline e al contempo online, per mutuare dei termini molto adoperati oggi. Non per irresponsabilità, ma proprio per il bisogno di entrare nella propria anima, metterla a nudo, sentire quello che sta dentro di sé e fuori di sé: ciò che mette in luce la poetica della Ciampalini è il suo mondo lirico di emozioni e suggestioni, in un iter dello spirito che ha il sapore della purificazione.

 

Nei suoi versi c’è il suo respiro, il suo spirito, frutto della sua esperienza, del suo vissuto, della sua riflessione metafisica, che esige di comprendere l’universalità dell’anima, attraverso la spinta interiore della coscienza e di intuirne i meccanismi, le regole in un messaggio che non esiterei a definire ontologico

 

…Il sussulto prima della frammentazione
tornerà nella terra e negli organi di tutti.

 

Si tratta di una scrittura epistemica, intesa come scrittura intenzionale perseguita attraverso l’abitudine a porsi domande significative, un viaggio nella conoscenza, nelle nostre radici più profonde, uno scavo in cui ci possiamo riconoscere, in cui diventa possibile intuire le dinamiche del nostro essere e del nostro divenire e che suscita emozioni, sconvolge convenzioni ed aspettative, enfatizzando sempre le interazione tra i binomi indissociabili parole-suono e spazio-scrittura, atta ad assicurare una sua dialettica al testo nel suo insieme, capace di far sì che ognuno di noi, leggendo la sua poesia, possa comprenderne il significato valoriale e farlo proprio. L’esistenza umana è un grande viaggio nel mare della conoscenza, per Annalisa conoscere è una sfida sul destino ultimo delle cose, una ricerca di risposta alla sua solitudine metafisica, anche se le è concesso, grazie alla sua poesia, di trasferirsi in un altro mondo, parallelo e ricchissimo di musicalità e tensione verso l’assoluto, dove diventa possibile comunicare in liberi orizzonti, senza timore di venir scoperti, senza una maschera e dove il dolore si metabolizza: il suo è un viaggio di libertà nelle radici più profonde del Sé in una polifonia dì immagini di grande vivezza espressiva, che ci tengo a riportare:

 

Se l’infinito è qui, se pensiamo
sia qui, nello spazio del finito,
sono morti i viaggi in treno
quelli che portavano verso amori lontani.

 

E se inevitabilmente il mio pensiero va a “viaggiatori temporali” di Godel , a quella macchina del tempo che è “Universo rotante”, dove un ipotetico viaggiatore spaziale potrebbe compiere viaggi nel proprio passato, Annalisa, quasi sulle sue tracce, proprio per la sua conoscenza matematica, cerca di chiarirsi e illuminare, anche col metallico linguaggio della logica formale, febbrili spiragli sui misteri che circondano uomo e universo, tanto da apparire talora come giunta da un’ altra dimensione e bene lo si sente in questi versi:

 

Tornerà l’aritmia dell’inconcepibile
e il momento vuoto, come scordarsi d’esistere.
Il sussulto prima della frammentazione
tornerà nella terra e negli organi di tutti.
Continueremo a non vedere lo spazio
che s’incurva …

 

Dimensione che avverte gli echi di Chomsky, a lei – amante delle strutture del linguaggio- tanto vicino per studi, che le suggerisce, con la sua sesta regola , offlabel in questo caso forse, che l’aspetto emotivo vale molto più della riflessione, con l’intento di sfruttare l’emozione per provocare un corto circuito su un’analisi razionale: il tessuto linguistico delle sue composizioni, icastico e luminoso, ne risente, contraddistinguendo le sue liriche di una tensione spirituale, cui si ha la sensazione che l’Autrice non voglia abbandonarsi, forse lacerata dal timore di perdersi in soste e divagazioni, che l’allontanino dalla realtà. L’uso del registro emotivo, permette invece di aprire la porta di accesso all’inconscio, liberare idee, desideri, paure e sogni, inducendo anche ad una crescente spinta escatologica della scrittrice, con versi limpidi e densi, verso il sublime della Poesia, strumento di perenne resurrezione:

 

Poi la luce irrompe nelle fronde
e ci alziamo del tutto ricomposti
come se fragilità non fosse ogni nostra vena
e l’intero disegno del giorno.

 

Leibniz si chiedeva: “Perché esiste qualcosa anziché niente?” e la Ciampalini tiene il lettore in sospeso tra moduli personali e coinvolgimenti oggettivi, partoriti da un’anima cosciente del fatto di esistere. Sappiamo che pensiero e linguaggio sono composti di elementi semplici come infine è semplice l’uomo stesso, la natura e senza timore di apparire blasfema, anche la divinità. E se ciò significa che il semplice è alla base della complessità, secondo un principio elementare della fisica matematica, proprio su questo principio si è sviluppato il concetto di monade leibniziana, che esprime sia l’unità dell’ente che la sua unicità e differenza, caratterizzata da un cambiamento continuo, una sorta di interna creazione perpetua che la rende una e mutevole, una e irripetibile, a testimoniare la continua instabilità della condizione umana, come nei versi della Poetessa:

 

Cercano il potere del sonno, un’immensa
garza bianca che curi la memoria,
una quinta tra gli occhi e il cielo nudo.
Una migrazione dolce, impercettibile
spostamento del baricentro.

 

La nostra Autrice sa bene, sul filo di una precisa coerenza, di destreggiarsi tra il buio di un orizzonte lontano sfumato e per questo ignoto, e la vivezza, la lucidità dei suoi versi, sottraendosi all’omologazione di qualsiasi appartenenza a correnti letterarie contemporanee, fa sua un’ amalgama narrante, una poetica intensa e coinvolgente, di squisita sensibilità nella sua ossimorica complessità, che non si accontenta della semplice parola, ma cerca di coglierne le significanze ctonie e le infinite accezioni dell’essere.

 

….Conteremo soltanto le ore di luce, nel buio
… L’aria si posa sulle nostre teste chine/ ci battezza tutte con lo stesso nome

 

Sì, perché il metamessaggio che si avverte, il non detto, risuona della filosofia di Ricoeur: “Siamo un ipse” e dunque “non un idem”: Annalisa è un ipse, un soggetto che oscilla perennemente tra la tendenza all’uscire fuori di sé aprendosi all’altro e il bisogno di una chiusura stabilizzante, rassicurante. In realtà è immersa in un’esistenza di cambiamenti, di inquietudini e il filosofo offre una chiave di lettura del suo percorso, del suo viaggio, delle sue fermate, della sua interiorità di valori profondi. Proprio perché la sua solitudine l’ aiuta a osservare i minimi mutamenti del mondo, senza mai ripiegarsi su se stessa, e la stimola a raggiungere le radici più profonde dell’essere: tenendo insieme interpretazioni contrastanti, facendole dialogare tra loro, vera fonte di ricchezza per la libera creatività del pensiero, muovendosi agilmente nell’anima mundi dell’universo:

 

Sarebbe altro a voler esistere
in una cecità senza fine.
Altri i momenti, nulle le direzioni.
Impossibile starne fuori.

 

“Il simbolo dà a pensare”: con questa celebre espressione Ricoeur sottolinea il carattere fecondo e donativo del simbolo, che- costituendo un senso immediato- si dà come stimolo al pensiero: così nella silloge della Ciampalini, questa continua riflessione tra visibile e invisibile, tra metafora e realtà, tra evocazioni asciutte delle cose, si coglie la necessità emotiva di far parlare un alter ego, la poetessa stessa, che ricorrendo però alla forza dei sintagmi e delle immagini epifaniche, libera il suo pensiero e lo rende fluido, quasi che le forme fenomeniche della scrittura la preservassero da mostrarsi nella sua nudità.
Dai misteriosi anfratti dell’essere, in una sorta di riserbo pudico, nella preoccupazione magari di apparire stonati, di essere fraintesi, oltrepassando i confini dell’esperienza individuale, percorre i sentieri di ricerca della Luce, del superamento dell’Io, per avvicinarsi alla Verità, a ciò che ci fa essenziali: riconosco nei suoi versi la donna che ha fatto i conti con le illusioni, sue e degli altri, e che ha visto l’insostenibile fatuità della materia, rifuggendola quando possibile, tanto da ricordarmi il Malte di Rilke – autore a lei caro- nella ricerca incessante del significato della vita in un’efflorescenza di immagini di sottile psichismo, dove mette arte e cuore :

 

Il lamento
del lupo alle finestre quando rincasare
è solo un nocciolo di legno e i gesti
si fanno bruni, e stanno tutti tra le mura.

 

Leggere le liriche di Annalisa significa entrare nel suo mondo complesso e variegato, studiarne gli elementi portanti uno ad uno senza perdere il filo sottile che li unisce: la logica e il simbolo dunque, il cogito e l’espressività del cosmo, il desiderio, l’immaginario, la chiave di accesso verso il sacro, verso la vera poesia.
Per Popper nel Contesto della scoperta non è più sufficiente l’uso univoco del linguaggio e la sua cristallizzazione in definizioni e assiomi immutabili, così la Ciampalini nella sua ricerca poetica, esistenziale, linguistica, non elude la spontaneità, ma la arricchisce di valenze, in limite tra metafora, utopie, allegorie e suggestioni, lontana da ogni sperimentalismo verbale e fa percepire un equilibrio del Creato, dove tutto è in divenire, atomi in flusso eracliteo, un legame tra le cose nel tempo e il nostro pensiero, tra le immagini e i gesti, tra il paesaggio dell’anima e quello della terra, della sua immobilità. E se il filosofo austriaco ritiene che la realtà sia che “noi siamo attivi, noi esploriamo di continuo, lavoriamo costantemente con il metodo del tentativo e dell’errore”, l’Autrice prende forza da un substrato di rigore e logica, che le è congeniale, ma verifica nel suo paesaggio poetico una sorta di turbamento, che deriva dalla dialettica tra le istanze cerebrali e il mondo dei sentimenti, degli affetti , le emozioni vere, il colorismo magico della Natura, regalandoci pagine innervate di enfasi lirica.

 

… Anche il paesaggio partecipa e muta
… Se ne andranno le albe disadorne / se ne andranno in una finzione remota

 

La scrittura diventa catartica per la nostra Autrice, una modalità forse per lenire dolori e sofferenze, i disagi irrisolti della nostra vicenda umana e con armonie di forme e contenuti ci consegna, alla fine del viaggio, non sempre in linea retta, la molteplicità del reale, le profondità della sua visione, della sua analisi interiore, senza falsi sentimentalismi, in una ermeneutica della conoscenza che ci induce ad approfondire la sua scrittura.

 

Annalisa Ciampalini. “Le distrazioni del viaggio”. Samuele Editore, 2018. Prefazione di Monica Guerra