Viaggi nell’esistenza – Filippo Passeo



 
 
Viaggi nell’esistenza
Filippo Passeo
Pagine 116
Prezzo 12 euro
ISBN 978-88-94944-27-3
 
 

 
 

La poesia di Filippo Passeo si contraddistingue per l’immediatezza della dizione, per la sua volontà di comunicare e instaurare un dialogo fitto con il lettore, per la forte aderenza agli avvenimenti che accadono giorno dopo giorno nella vita quotidiana, siano essi della sfera privata (soprattutto famigliare) siano essi relativi alla società o al mondo in senso lato, con il quale il confronto è comunque strettissimo, partecipativo. Colpisce soprattutto la forte componente di umanità che fa naturalmente ascrivere questa poesia alla sfera propria della poesia dell’io, centrale e mai mascherato o disconosciuto, e in questo senso è fondamentalmente poesia lirica, soprattutto quando tratta il tema degli affetti, dei ricordi, delle relazioni con gli altri. In questo senso la poesia di Passeo è essenzialmente ancorata alla vita, alla sua esperienza esistenziale (“Voglio dire dentro e attorno a questa vita”), una poesia che tenta di rifuggire dalla letteratura (nella accezione negativa di cui parla Verlaine nella sua “Arte poetica”) o più propriamente dalla letterarietà (“Il mio lavoro è stato lontano dai libri / da aule e biblioteche da saccheggiare. / Il mio lavoro è stato sottoterra”).

Lo dimostra l’uso di un linguaggio diretto, scevro da inutili intellettualismi, pur non rinnegando, soprattutto nell’impiego di certe figure e metafore, tutto il patrimonio della tradizione, lirica in primis (si considerino queste espressioni, a titolo di esempio: “il tremolio dell’alba”, “canto d’oro”, “fiore bianco sulla carne”, “verde distesa / del cielo”, “un’estasi di ansimanti sospiri”, e potremmo proseguire a lungo). Il registro rimane colloquiale, rispettoso della sintassi e dell’ordine naturale del discorso, la strutturazione delle composizioni è fondamentalmente regolare, tutta improntata a costruire un finale a effetto, dove spesso lo scarto semantico costringe a rivedere gli assunti iniziali, generando quella sorpresa che dà una coloritura particolare e mai banale alla scrittura (si legga come esempio la poesia “Lenti”). È soprattutto il fondo di ironia che domina in molti testi (si vedano “Disforia”, “Contatti”, “Pasticceria siciliana” con il suo erotismo sopra le righe, “Funerale” o “P.S. Noi morti” in cui si sbeffeggia la morte in un paradossale abbraccio fra ossa che “sbatacchiano”), l’ironia – dicevamo – a creare una naturale empatia con il lettore, una leggerezza misurata e gestita con intelligenza che crea avvicinamento, condivisione. Non vi è mai nulla di atteggiato o di ostentato: a Passeo preme soprattutto esprimersi con sincerità, “senza abbagli” come recita il titolo di una sua poesia, senza filtri, artefatti o espedienti retorici mistificanti, in una lingua piana e tutta giocata sulla pregnanza del significato, sull’evidenza del contenuto che è il cuore pulsante della sua scrittura.

La materia trattata da questo libro è fondamentalmente eterogenea, affrontando temi i più diversi fra di loro, fra cui alcuni testi di ispirazione civile. Questo è giustificabile soprattutto alla luce della modalità con cui opera l’autore, come da lui dichiarato nella nota biografica, ossia la pratica della scrittura a cadenza quotidiana (notturna anzi – “Di solito prima di addormentarmi / cerco delle rime nella mia fronte”): ogni situazione vissuta o osservata o partecipata diventa allora occasione per scriverne e questo porta a una sorta di diario o zibaldone in versi che si confronta di volta in volta con la materia urgente che investe l’io. Questo, se da un lato pone il rischio di una poesia impulsiva o umorale, dall’altro garantisce quella spontaneità di fondo e quella grazia ruvida che ricorda davvero, usando un’immagine che è vicina al vissuto dell’autore, quella di un minerale appena estratto, prima che sia stato sottoposto ai procedimenti di lavorazione che ne rimuovono le impurità e lo modellano all’uso, così nobilitandolo, ma contravvenendo alla sua forma più naturale, autentica anche nelle sue piccole imperfezioni.

Fabrizio Bregoli

 
 
 
 
Planisfero
 
Discrasia..
A volte cerchi una fessura
per guardarvi i lineamenti della felicità.
Questa esistenza verde e azzurra
ne avrebbe diritto?
Ma come si fa
con questa voce del vento che rintrona:
il ghibli e il grecale che buttano
profughi in Libia e a Lesbo;
gli alisei che insanguinano i tropici
con le macellazioni
dei Boko Haram, jihadisti, Al Shebab
e i monsoni che spazzano a migliaia
barche e baracche non solo nel Golfo del Bengala.
Come si fa a chiudere Internet sull’atlante dei conflitti
con i bambini yemeniti e siriani che mangiano bombe?
«Tu forse potresti, ipocrita», mi risponde Abdel.
«Come posso io guardare in una fessura
la meraviglia della vita,
se debbo difendere la vita stessa
dalla violenza, dagli abusi, dalla morte?
Tu, domani,
coricherai la penna tra le piume di una pagina
e accompagnerai tuo figlio a scuola.
A me questi pensieri li hanno rubati.
Qui la scuola non c’è più,
neppure bambini, neppure mio figlio,
un grappolo di bombe non li ha visti».
 
 
 
 
Disforia
marzo 2020: l’inizio

 
Mi deprime questa pandemia
ma non voglio morire,
proibirebbero, mi dicono, il funerale.
Non posso innamorarmi
perché non celebrerebbero il matrimonio.
Non posso ammalarmi, mi dicono,
che sono già tutti all’ospedale.
 
Resto a casa. Aspetto la sera.
Mi affaccio al balcone. Mi dicono
che alla mia dirimpettaia
posso cantare un inno d’amore.
Di fronte alla pandemia
 
Come sono belli i tuoi occhi,
fulva granaglia dell’estate.
Non ti avvicinare.
Ghiacciai azzurri dell’Alaska.
Non mi toccare!
Umido verde dell’Amazzonia.
 
Alza appena appena la tua benda
che ti voglio baciare.
Appena appena apri la tua bocca
e dammi un po’ di lingua, appena appena.
Ma vuoi morire?
Sì, almeno morir d’amor, d’eterno amor,
così dicevano…
 
 
 
 
Corona
 
Non sogghigni, non indifferenza, giovani,
se il morbo miete soprattutto
campi d’argento.
 
Il dolore più paralizzante per noi anziani
non è il morire
ma la privazione degli ultimi abbracci,
degli ultimi fiori
di un tronco autunnale
già in allarme per una bufera nera.
 
 
 
 
Distopia
 
La primavera declama la sua luce
spalleggiata da rose e aironi.
 
Eppure tremano ragnatele
sui girasoli di Van Gogh
come strofe di versi
sul bianco delle pagine.
 
Solo noi vediamo
– non possiamo tenerci, amore mio –
solo noi vediamo
un’eclissi solare
stampata come un’ombra vasta
sulla nostra anima,
sola
nell’uscio appena aperto
di questo millennio malato.