Pasquale Di Palmo scrive su “Il giardino dell’attesa”

 

da lapoesiaelospirito

Gaston Bachelard scrisse che il giardino «è uno stato d’animo». Questa definizione può benissimo attagliarsi alla più recente raccolta poetica di Rosa Salvia, emblematicamente intitolata Il giardino dell’attesa. Nonostante le sue origini lucane (di Picerno, in provincia di Potenza), la poetessa vive da molti anni a Roma, dove suggellò la sua giovane esistenza, in maniera drammatica, il cugino Beppe, la cui opera è stata investigata da Rosa a livello esegetico. E tracce del classicismo dell’autore di Cuore (cieli celesti) e di alcune tra le più intense liriche della seconda metà del Novecento si ritrovano nel nucleo di questa raccolta, soprattutto nella sezione inaugurale che dà il titolo al libro.

Qui il tema del giardino si configura attraverso una sequenza molto ben strutturata, che può richiamare sia l’idea del poemetto articolato in più parti sia una suite in cui ogni singolo componimento può essere letto in maniera autonoma. La modernità con le sue problematiche «antipoetiche» per eccellenza (globalizzazione, tecnologia, omologazione di pasoliniana memoria, disgregazione del linguaggio ecc.) sembra essere stata rimossa dalla poetessa, che indugia intorno agli spiragli concessi da una memoria ondivaga e sfuggente. Quella sorta di «modernità liquida» di cui parlava Bauman, che contrassegna il dinamismo e, al contempo, l’inautenticità dei nostri giorni, sembra non sussistere, orientandosi verso un dettato poetico che privilegia la ciclicità degli aspetti naturali, talora arcaici, presenti in una comunità che si rispecchia nell’immagine del «giardino dove tutto fiorisce / e marcisce, dove le noci / sono antiche, / e le tue labbra imparano a sillabare».

Pasquale Di Palmo

 

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