La stagione accanto – Rossella Caleca

  • Tempo di lettura:5 minuti di lettura



 
 
La stagione accanto
Rossella Caleca
Pagine 60
Prezzo 12 euro
ISBN 978-88-94944-49-5
 
 


 
 

Questo primo libro di versi di Rossella Caleca si configura come una sorta di itinerario privato aperto con la poesia “Rimozioni”: «L’infanzia ci è stata sterminata/ come le rose nell’altro giardino» e si chiude con “Moltiplicazione”: «Tagliamo l’acqua con mani squamate/ ma dalle smagliature, noncuranti/ sgusciano gioventù inventate», un viaggio che inizia con immagini dolorose e tuttavia si avverte una modificazione tra un prima e un dopo; si muove sul terreno degli affetti, delle memorie personali e famigliari, dei luoghi di vita quotidiana, delle scelte difficili da compiere, che lasciano inquietudine; ma con un mutamento di prospettiva tra l’inizio e la fine del volume e del percorso, quando l’autrice nell’ultimo testo osserva che «più tardi/ si aggiungeranno amiche sagaci/ a salvarmi dal peso della sabbia». Una prospettiva capovolta, direi, attraverso le relazioni intraprese nell’età adulta, capaci di intervenire reciprocamente nelle vite private mutandone il segno, allargandone i confini a tracce inesplorate, perché ogni vita personale e ogni soggetto umano è intessuto di relazioni continue (affettive, amicali, politiche, sociali) di cui porta indelebile traccia e attraverso le quali matura le proprie esperienze personali.

[…]

Anche l’immagine di copertina rafforza queste indicazioni, con la bambina sul vano della finestra, la tenda chiara che la ripara dalla luce, accanto a uno spicchio di mare calmo lontano dalla stanza, sembra rimandare a una immagine di tranquillità e autoriflessione. Una bambina alter ego che osserva la stessa autrice e ne diviene specchio temporale, come lo stare accanto al mare, luogo di esperienza interiore forte e impetuosa che si trasforma in scrittura, praticata nel tempo in dimensione privata come spazio parallelo e forse un po’ nascosto, e solo ora emersa finalmente a pubblicazione, alla visibilità di tutti: il rinvenimento di una liberazione intima, l’autorizzazione aperta alla propria personale inventiva, sciolta infine da remore o esitazioni, quel naufragio rassicurante e liberatorio. È una scrittura che rispecchia l’esperienza dell’autrice e insieme diviene metafora di una condizione femminile ancora diffusa soprattutto tra le donne adulte: come colmare la distanza tra desiderio e vita vissuta.

Gabriella Musetti

 
 
 
 
Rimozioni
 
L’infanzia ci è stata sterminata
come le rose nell’altro giardino
dal suono delle forbici scattanti
ci siamo nascosti invano.
Così sono passate su noi,
rase le voci della sera,
lasciandoci dita di vetro
e in fronte tre tagli ciascuno.
 
 
 
 
 
 
1919
 
Ho superato il tuo tempo
imparando l’assenza.
Spesso venivi, negli anni veloci
dopo l’infanzia, incontri apparenti
nel mezzo della notte, sapevo
che non eri morto e tornavi.
Adesso, raro, incerto nella forma,
solamente attraversi di lontano
il tuo nome scivola nell’aria
leggero e non si lascia
afferrare. Invece prendo
un gesto che è stato tuo
soltanto, di te che scendi
ad ascoltarmi, accanto.
 
 
 
 
 
 
Mattino
 
Il tuo petto emerge dalla notte
come la spada da un lago
del Nord, ma è svelto il sole
qui a fondere i respiri.
Io mi scaldo,
aggrappata al muro
di vetro da dove sorridi,
con le guance piene
di parole, aspettando
di sentirle sciogliere
e diventarmi carne,
l’acqua richiusa
sulla lama, tesa
a non perdere la presa.
L’ultima cosa che voglio
nell’ora rischiosa del risveglio.
 
 
 
 
 
 
Tracce
 
Se avessi una figlia ora
la chiamerei
Eleonora
memoria di un coraggio teso e liscio
che a me non cresce.
Se avessi una figlia ora
con lei farei
tardi
e lascerei andare il giorno
senza cercarlo.
Restano tracce
di vecchi graffi
sulla gola
e una figlia Eleonora
dispersa nel corpo.
 
 
 
 
 
 
Antenati
 
Di una donna e di un uomo
svanite fino le ossa teniamo
i nomi nudi assieme ai volti
in seppia, ai certificati e a pochi
oggetti muti, disabitati.
Rimane un libro antico
a spiare la loro devozione
e dalle stanze rase esce una casa
di bambini in seppia, spudorati
colati sugli occhi sulle mani
su me che di lei rivesto il nome.
 
 
 
 
 
 
Echi
 
Senza sosta ti sento avanzare
con quei passetti anziani
cadenzati sui tacchetti
sveglia presto, a contare
in vestaglia le stanze, tutte
le mattine, e allineare medicine
sulla tovaglia a quadretti.
Seguono telefonate assistite
in minuziosi frammenti
tessere di sfida familiare.