Diventa l’albero – G. M. Angel Quintero



 
 
Diventa l’albero
George Mario Angel Quintero
Prefazione di Flaminia Cruciani
Traduzione di Flaminia Cruciani e Monica Guerra
Pagine 132
Prezzo 12 euro
ISBN 978-88-94944-23-5
 
 

 
 

Angel Quintero scrive poised, sospeso, tra due culture e due lingue che lo definiscono: quella latinoamericana e quella anglofona. I suoi versi sono ponti fra la California e l’America Latina, differenziali fra polarità e divergenze, scosse elettriche tanto precise quanto impertinenti alla lingua, alle lingue, e al modo stesso di pensare e di comunicare il mondo.

Lo spartito di Angel Quintero è dunque un immaginario di pensiero-azione in cui il passo sintattico e le tonalità lessicali di entrambe le lingue (spagnolo e inglese) coesistono e si intrecciano in modo originale. Caratterizzata da una spiccata visionarietà, quasi fossero sequenze filmiche, inquadrature del quotidiano, la scrittura di Angel Quintero, diretta come una lama affilata pronta a fendere, è scomoda, provocatoria, coinvolge e sconvolge conquistando il lettore con una tensione dissacrante, corrosiva quasi fino al fastidio.

I versi si dipanano come aghi impietosi e incalzanti e un’ironia amara sostiene questa poesia, in un movimento che dal basso, come in una spirale ascendente, porta il lettore verso l’alto. Le sue moderne meditazioni disorientano come un labirinto di specchi, partono dalla concretezza delle cose, dall’immanenza di particolari apparentemente fragili, marginali per innalzarsi alla metafisica, interrogare il vero e il falso lacerando il mistero dietro l’esistenza. Si alternano diversi registri linguistici, in cui l’autore passa da un’istintiva propensione alla narrativa orale, molto diretta nei contenuti, con un’intrinseca forza elettrica, eccentrica nella plasticità linguistica a momenti di lirismo, a tratti in cui giocosamente ci coinvolge nella trama delle filastrocche.

Flaminia Cruciani

 
 
 
 
My funniest mistake
is that I took
life personally.
 
It opens transformed now
from fluted water
to a forest
of indignity.
 
It waits for me,
like the sunlight
that ran on ahead,
waiting for this soft oaf,
who has fallen onto
his own paved past
and scuffed his knees.
 
But the world
is not virtuous long enough
to vindicate anyone’s shame.
 
All we can be sure of
is the gallop.
 
It has become
too easy to say.
It has become
too easy to tell.
 
It must be obvious
to someone, by now,
that we hardly ever
get there, to it,
that a dash is,
after all,
a pause, a change
of direction.
 
Our only forward
is to trip and fall.
Everything else is passing –
 
And yet the impulse
is an infant,
full of noise
but without a hint
of how almost
it all was.
 
Pretense vanished
without a bow.
 
Nowadays,
that I would
live to know
when they were then,
the time of the big lie.
When sorrow
knew no limits
and victory and death
were the same word.
 
Would you believe
she wove sandals
from her own hair
so he might continue walking.
 
Though I suffer
delusions of being
nourished, I am
just a conduit,
an elaborate hose,
a falling, a means
to a gravitational necessity.
 
And too there is the death
in bitterness, the death
in sick and tired.
 
Enough. Enough.
Enough many steps ago.
Just shut up a minute,
long enough to miss a fall,
long enough for the loss of fuck off!
to dissipate in the silence.
 
And still humiliation
insists I dance with her.
 
I am sure somehow.
I am sure
like a chord sounding out
and that is all.
 
I was made
for song.
That I didn’t
make it, though,
seems more obvious
than irrelevant.
 
I was not made
for battles,
for definitive endings.
 
When my body dies
it may well take my spirit
with it.
 
But it will go, my spirit,
like a laughing boy
atop a tumbling pachyderm.

 
 
 
 
Il mio più ridicolo errore
è che ho preso
la vita come un fatto personale.
 
Ora si apre trasformata
dall’acqua versata
in una foresta
di indegnità.
 
Mi aspetta,
come la luce del sole
che mi correva davanti,
aspettando questo molle tipo goffo che è caduto
sul suo passato lastricato
sbucciandosi le ginocchia.
 
Ma il mondo
non è virtuoso abbastanza a lungo
da rivendicare la vergogna di nessuno.
 
Tutto ciò di cui possiamo esser certi
è che la vita corre via al galoppo.
 
È diventato
troppo facile da dire.
È diventato
troppo facile da raccontare.
 
Deve essere ovvio
per qualcuno, oramai,
non ci arriviamo quasi mai, a esso
che un trattino è,
dopotutto,
una pausa, un cambio
di direzione
 
Il nostro solo procedere
è avviarci e cadere.
Tutto il resto è alle spalle –
 
eppure l’impulso
è un bambino
chiassoso
ma senza un indizio su
come furono un tempo
le cose.
 
La finzione è svanita
senza fare l’inchino.
 
Oggi come oggi
che vivrei
sino a sapere
quando fu allora,
il tempo della grande bugia
Quando la tristezza
non aveva limite
e vittoria e morte
avevano lo stesso nome.
 
Ci crederesti?
Lei intrecciò i sandali
con i capelli
per farlo continuare a camminare.
 
Nonostante soffra
gli inganni di cui mi nutro,
sono solo un condotto,
un circuito di tubi flessibili,
una caduta, un mezzo
per le esigenze della gravità.
 
E anche lì c’è la morte
nell’amarezza, la morte
nella malattia e nella stanchezza.
 
Basta. Basta.
Già molti passi fa.
Chiudi il becco un minuto,
giusto il tempo di mancare una caduta
giusto il tempo di perdere ogni vaffanculo!
da dissipare nel silenzio.
 
Eppure insiste l’umiliazione
io danzo con lei.
 
Sono sicuro in qualche modo.
Sono sicuro
come una nota che risuona
e questo è tutto.
 
Sono stato fatto
per la canzone.
Che non
ce l’abbia fatta, in ogni caso,
sembra più ovvio
che irrilevante.
 
Non sono stato fatto
per le battaglie
per i finali definitivi.
 
Quando morirò
è probabile che il mio corpo
porterà via il mio spirito.
 
Ma se ne andrà, il mio spirito,
come un ragazzo che ride
sopra un pachiderma che ruzzola.
 
 
 
 
 
 
My beginnings
have caught fire.
A friend reminded me
that birth is conflagration.
But I would not have
my first home in flames
despite the promise
of a clearing,
despite the need
for unhusked seeds
to germinate beneath the sun.
I would rather
the air smelled green,
and the shade
invited me to mystery.
But this is a moment
when chariots of lightning
have been tipped over,
and we are gathered up
in baskets of smoke
like gasping fishes,
harvested by neglect.
Deny the air.
Deny the water.
Deny the land.
As if they were crimes.
The accusatory flames
bring testimony of touch,
evidence of belonging.

 
 
 
 
I miei inizi
si sono incendiati.
Un amico mi ha rammentato
che nascere è conflagrazione.
Ma io non avrei
la mia prima casa in fiamme
nonostante la promessa
di una radura,
nonostante il bisogno
dei semi nel baccello
di germinare al sole.
Preferirei
che l’aria sapesse di verde,
e che l’ombra
m’invitasse al mistero.
Ma questo è un attimo
in cui i carri colmi di fulmini
sono stati ribaltati,
e noi siamo riuniti
in ceste di fumo
come pesci che boccheggiano,
raccolti per l’abbandono.
Nega l’aria.
Nega l’acqua.
Nega la terra.
Come fossero crimini.
Le fiamme che accusano
testimoniano il tocco,
prova d’appartenenza.