Marco Marangoni su Piazzale senza nome

 

 

da luigiasorrentino.it

 

Di certo però è in questo nuovo lavoro (Piazzale senza nome) che Luigia Sorrentino, oltre a tessere fedelmente, (in un senso prossimo, se non identico, a quello di Bataille) della poesia dove il terreno dell’esperienza diventa più trasgressivo, maledetto: “luminosa potenza/ abbandonata e sola/ trascina giù, riempie/ tutta la forza“; “La fine era lì, dove qualcos’altro cominciava./ Un patto muto ci consacrò per sempre al cuore di quella terra scura/ e insanguinata.”

L’ispirazione è qui continuativamente rivolta a un senso radicale di rapimento, vorticità, discesa.

Placamento o catarsi sono al termine del rivolgimento catastrofico (katá stréphein: voltare in basso): “aveva oltrepassato/ il confine/ restituita la voce all’universo”; “perduta nell’oceano/ la frequenza cardiaca/ la voce dell’universo”; “ora la tua voce ha la struttura del suono.// La stanza è un’urna fiorita. Avvolge un ritorno senza confini./ Adunata sul petto risuona fra le braccia la corrispondenza armonica/ del cuore in esilio.”

E la morte diventa un luogo sacro, un luogo impossibile (Goethe) con cui la poesia è chiamata a confrontarsi abissalmente: ”il grembo della voce si spegne/ reclama il buio/ la cupa processione della negazione/ nomina un paese morto”.

La direzione “a scendere” inverte, nel modo più crudo e violento, l’orientamento costruttivo, l’edificante, l’apollineo. Un Dionysus redivivus agisce qui – ancor più che in Olimpia– dove si svolta dalle distinzioni razionali del bene e del male, verso uno spazio inaudito eppure ancora ancorabile a un linguaggio: alla parola simbolica cioè, ambivalente, fluttuante, frammentaria, e poematica al tempo stesso: alla parola-che-canta come una salvezza-che-cade: “ abita la sordità della morte […] la sua luce è potente e tragica// ha la forza della musica/ il canto cardiaco/ l’impronta della tenerezza/ caduta dalla mano del padre”.

In Piazzale senza nome ritroviamo tutta l’ispirazione di fondo della poetessa, nel mentre qui si allegorizza nelle storie di marginalità e tossicodipendenza, in particolare giovanile e adolescenziale: “la morte da giovani arriva all’improvviso, carica di violenza. Lo/ smembramento è totale. Su tutto l’ebbrezza gridata da un/ cuore felice e maledetto”.

Si fa un uso specifico e insieme ambivalente-fluttuante di alcuni selezionati termini (colti nel raggio della loro area semantica) che ritornano nei diversi testi secondo una timbrica percussivo-dionisiaca (“paese morto” “totale”, “ forza sommaria”, “potenza”, “violenza”, “smembramento”, “rito”, “sacro”, “capra, “neve”, “colpo”, “ritorno” ecc.; e ancora modi e tempi, in particolare, del verbo “scendere”); una logica poetica funzionale al canto tragico in cui gli opposti significati vengono costretti all’identità tra loro: “l’incedere violento/ del battito cardiaco/ si chiude su di sé// nella luminosa potenza/ avviene l’incontro”; “conoscemmo con cura il perdersi”; “ tutto è bianco e nero/ la neve sui limoni/ tormenta i colori/ li contraddice con ostinazione/ lasciando impronte/ nere di fiele”.

 

Marco Marangoni

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