Il lancio della Nuova Collana Scilla su Laboratori Poesia

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da Laboratori Poesia
 
 

In occasione dell’83° compleanno del poeta Umberto Piersanti la Redazione lo omaggia con uno Speciale curato da Federico Migliorati, con una conversazione esclusiva e pezzi di Rossella Frollà e Serena Mansueto e le traduzioni di Rocìo Bolanos e Andrea Carloni. La sua nuova opera (L’urlo della mente e altre poesie inedite) tiene inoltre a battesimo la Nuova Collana Scilla di Samuele Editore.

 

L’urlo della mente e altre poesie inedite segna l’avvio dell’attività della Nuova Collana Scilla della Samuele Editore, un ulteriore marchio di qualità della casa editrice friulana fondata e diretta da Alessandro Canzian. Si apre dunque con uno dei maggiori poeti del nostro tempo, Umberto Piersanti, questa rinnovata “avventura” nel mondo della poesia che andrà a offrire ulteriori voci e visioni sul panorama nazionale e internazionale con lo scopo, fondante e maturato in 16 anni di attività, di innescare dibattiti, confronti, condivisioni. La Nuova Collana Scilla va ad aggiungersi alla Collana Callisto, alla Collana Leda, alle Collane Gialla e Gialla Oro edite in collaborazione con Pordenonelegge, e al recente percorso (fondato nel 2021) della rivista «Laboratori critici» che per la direzione di Matteo Bianchi eredita la storia dell’Osservatorio Poetico Laboratori Poesia (diretto da Arnaldo Colasanti, Claudio Damiani, Nicola Bultrini, Franca Mancinelli, Alessandro Canzian, e coordinato dai caporedattori Vernalda Di Tanna e Federico Migliorati) e lo trasforma in un cartaceo semestrale che, quest’anno, lancia diversi tragitti collaterali (gli Speciali come il Nuovo Almanacco del Ramo d’Oro, coordinato da Gabriella Musetti). Ne parliamo con l’Editore.

 

F.M.: La Collana Scilla “chiude” un capitolo nella storia della Samuele Editore, è così?

A.C.: In qualche misura sì. Per tanti anni (dal 2009 al 2023) abbiamo voluto lavorare con una sola Collana (a parte la Collana I Poeti di Pordenone, Poesia del Novecento, di fondazione della Casa Editrice e diretta da Ludovica Cantarutti, in attività dal 2008 al 2014 per un totale di 10 volumi poi collezionati in cofanetto), un solo percorso semplice dove dialogare con i poeti contemporanei, imparare le diverse direzioni della poesia, dove creare momenti di discussione e approfondimento che libro dopo libro andavano costruendosi. Ricordo ad esempio l’inizio di tutto, il libro di Dario De Nardin, poeta già di una certa età che era stato spronato a pubblicare da Gian Mario Villalta e che ha di fatto dato l’indirizzo della Collana. Dario, in Minatori (Samuele Editore, 2009 e 2015, prefazioni di Gian Mario Villalta e Alessandro Canzian, in libera consultazione QUI), era capace di costruire testi poetici musicali, armonici, ineccepibili pur elencando nomi tecnici di pietre:

Celenterati, echinodermi
necrocarcini, madrepore, rudiste
colonie di coralli
tramutati in calcite cristallina
          e gasteropodi e lamellibranchi
          inerti testimoni
          antichissimi e bianchi
          ora e per sempre liberati
          dal seno delle masse millenarie
per sempre liberati e frantumati
da abnormi creature cigolanti che
alitando ruggente ossido di carbonio
con indefesso zelo frammischiarono,
ogni sequenza antica distruggendo.

Da Dario in poi siamo stati particolarmente attenti all’utilizzo del linguaggio pubblicando per esempio la prima prova poetica di Roberto Cescon (La gravità della soglia, 2010, prefazione di Maurizio Cucchi):

La gravità della soglia divora
nel sangue l’istinto maroso
gettarsi in avanti come un migrante
perché c’era sempre qualcosa, avere
periodi, le mezze misure,
la paura di spingersi più in là,
persino dell’endecasillabo,
ma dovremmo essere un’altra generazione,
invece ci hanno insegnato a pensarci
neutrini senza saperlo.
 
La distanza del diventare è vivere
o scrivere tutti quei passi
e, mentre ti volti, già sei entrato
in un destino, come i mughetti
che fanno profumi senza saperlo.
 
E allora far la pace con gli anni
basta solo ricordarsi e sperare
con le immagini che sanno qualcosa.

O Erminio Alberti, con il suo straordinario Malascesa (2013, prefazione di Maria Grazia Calandrone, in libera consultazione QUI – a cui ha fatto seguito il ben più complesso La vita, le gesta e la tragica morte di Serlone D’Altavilla detto Sarro, 2017, prefazione di Pietrangelo Buttafuoco):

Voci remote di fausti passati,
melodie dolci e redentrici,
giungono soavi fiori rinati;
stagioni passate, ed ore felici
tornano diverse. Chronos ci istruì
insieme ai suoi eventi di microstoria,
che più della grande insegnaci vita.
Maturi ricordi ormai sbiaditi
tornano con voci diverse, miti.
Consapevolezza che solo il Silenzio
lungo questi anni può dare a noi. E noi,
pronti ad assumerci il nostro dolore,
noi veggenti e redenti, ci preghiamo.
Ma preghiera presume amore, e noi,
noi per certo non lo abbiamo, o Dio

(da Malascesa, 2013)

O i libri di Federico Rossignoli, al tempo uno dei nostri autori più giovani che in diverse edizioni (2009, prefazione di Gianni Nuti; 2015, prefazione di Giovanna Frene, in libera consultazione QUI; 2017, prefazione di Sandro Pecchiari, in libera consultazione QUI) ha svolto un interessantissimo discorso sul mito:

Leda e il cigno

Su di me si spegne il volo.
Il mio corpo è sua custodia,
dalle gambe al collo il collo
lungo è fiume che s’ingrossa.
Poi, spiegato, si disperde.
Mi rimango contemplata
piume fra la cosce e covo
la vendetta, senza alcun rancore.

(Spolia II, 2017)

Dai libri di Federico è poi nato un particolarissimo discorso sulla traduzione che ha visto la Collana pubblicare stranieri eccellenti come Patrick Williamson, Nguyen Chi Trung, Claribel Alegría, George Mario Angel Quintero, Kristina Janušaitė-Valleri, ma soprattutto ha fatto nascere il dibattito sull’autotraduzione che ha visto per diversi anni protagonisti i libri di Sandro Pecchiari (appunto il traduttore in inglese dei due Spolia di Federico) e Ilaria Boffa (tra gli altri):

you exit
while you carry days
without a question
and xerox them
while time occurs
 
if time occurs
do not xerox it
dragging days
 
is already
dying
 
 
perché andare via
è calpestare giorni
senza chiedersi
e preservarli eguali
mentre il tempo accade
 
se il tempo accade
non mantenerlo eguale
 
ricalcare i giorni
è già
morire

(Sandro Pecchiari, L’imperfezione del diluvio – An Unrehearsed Flood, 2015, prefazione di Andrea Sirotti, in libera consultazione QUI)
 
 
 
Would you come to the suburbs?
 
She endures fires and misery,
she drives to the underpass,
she shares the celestials.
 
Would you?
 
Periphery is physical awareness
of discontinuity.
 
 
Verresti in periferia?
 
Lei vive fuochi e miseria,
guida per sottopassi
spartisce il divino.
 
Verresti?
 
la periferia è consapevolezza
fisica di discontinuità.

(Ilaria Boffa, Periferie – The Bliss of Hush and Wires, 2016, prefazione di Simona Wright, in libera consultazione QUI)

Ricordo il tema era diventato talmente affascinante da portare gli autori stessi a mettersi profondamente in discussione rimaneggiando le proprie opere, sia pubblicate che vecchie di diversi anni. In questo lo straordinario Scripta non manent di Sandro Pecchiari (2018, prefazione di Giovanna Rosadini, in libera consultazione QUI) che ha riproposto, in riscrittura, le sue tre precedenti opere riviste quasi fossero una traduzione, con il testo originario a sinistra e il testo rimaneggiato a destra:

The Dark Boy – versione originale
 
la terra attorno arraffa le parole
come frutta matura e rotolata,
quasi come corpi avvolti ormai nel sonno
o dei soldati sdraiati in agonia
 
il fogliame cosparge l’ombra folta
e profuma di fresco e di limone,
mentre sveli l’imbarazzo delle scelte
e ti adombri alle domande che ti porgo
 
sfiorando la penombra che ti cela,
la forza del silenzio che ti sveste,
riscrivo l’albedo fioca del tuo volto,
le vene scure sui polsi da ragazzo
 
non puoi farci morire proprio adesso.
riattizza quel frinire nel tuo sguardo.
a me importa di questo bianco assalto
che ci avvampa e poi ci brucia
in totale solitudine
 
 
The Dark Boy – versione rivisitata
 
sono corpi avvolti ormai nel sonno
o soldati sdraiati in agonia
le tue parole
 
il fogliame sparge l’ombra
di fresco e di limone
e ti adombri alle domande che ti offro
mentre sveli l’imbarazzo delle scelte
 
se sfioro il silenzio che ti sveste
riscrivo l’albedo fioca del tuo volto
le vene scure sui polsi da ragazzo
 
non finire proprio adesso
a me importa di questo bianco assalto
che ci brucia

Oppure la prova di Marco Amore che ha ripreso in mano, con un editing particolarmente invasivo, un’opera da lui scritta molto anni prima, appena ventenne, e che poi è diventata il discussissimo Farràgine (2019, prefazione di Giovanna Frene, in libera consultazione QUI).

Prescelto dal sogno, ti vedo ruzzolare nel fango della lizza;
lo stendardo piegato, reciso da un colpo di lancia
mentre muore inerme sulla fronte
Come una triste epigrafe d’argilla
si sgretola ai raggi della noia
spiando il sole liturgico,
ammanetti le gioie sulla leggenda più falsa
alla maniera degli artisti
Non per scolpire il marmo con le gesta
in onore dell’unificazione a fin di bene,
sperperando un mondo altrui
dove i cibi saziano vendette
attuate alla luce dell’inganno,
ma per il piatto pronto col fiorito di menta
e l’ossatura chiassosa in cassoulet

Marco, tra l’altro, ha avuto il pregio di concludere la Collana Scilla con un testo che molto riporta a Dario De Nardin per l’attenzione al linguaggio che non è solo ricerca nella parola, ma anche nei temi e nei contesti della parola. Da questo L’ora del mondo, un libro che tratta in poesia di finanza (2023, prefazione di Luigi Bruni) e che non mancherà di far parlare di sé.

Molti sono comunque i libri e gli autori che sono passati e tornati (considera che in 15 anni di attività di Collana, e 124 libri, abbiamo avuto il 70% degli autori che ci hanno chiesto nuove pubblicazioni, alcuni arrivando addirittura a 4 edizioni con noi come lo stesso Sandro Pecchiari ma anche Patrick Williamson e Filippo Passeo). Con grandissimo affetto e l’anteprima di un edito che apparirà nella Nuova Collana Scilla ricordo Arnold de Vos, ma anche poeti come Gabriella Musetti, Alberto Toni, Flaminia Cruciani, Luigi Oldani, Maria Milena Priviero, Biagio Accardo, Gianni Moroldo, Marina Giovannelli, Emilio Di Stefano, Luigi Aliprandi, Candelaria Romero o il Gruppo Majakovskij con il quale, in tre libri e altri due di autori singoli ma partecipanti al gruppo (di questi ricordo gli straordinari, ma dire straordinari è poco, Francesco Indrigo e Silvio Ornella), abbiamo affrontato il tema del dialetto (nel quale, ma qui il Majakovskij non c’entra, non si non può non ricordare il bellissimo Sófia gnò di Amilcare Mario Grassi, 2023, prefazione di Enrico Formica):

Il pòul neri

Pòul neri ch’i ti prèis
cu li’ ramassis levadis al sèil
il soreli ch’al va a mont
ta la sera di zenàr
prea encia par nu.
Nu ch’i scurtissàn fin al vuès la ciera
ch’i rebaltàn schenis di sopis
ch’a lusin.
Nu ch’i s-ciassàn sensa reguàrt
la tavàia blancia dal mont
strassànt sé ch’i mangiàn.
Nu ch’i crodín di essi eternus
cul nustri curt e puòr presínt.

Pluma di pic vert
ala di amòur ta l’aria
prea encia par nu
disgela i còurs ingrisignís
fàiu svualà.
Ris-cèl da li nulis
insègnini a essi píssui
tal nit dal mont
a vei dòul
di dut sé ch’al mòur.
Dèit dal silensi
insègnini a scoltà
e il rispièt da la la ciarta.
Grispa dolsa ta la musa da l’azúr
traf tíner da la not
pòul neri
prea encia par nu.

Il pioppo nero
Pioppo nero che preghi/ con i rami levati al cielo/ il sole che tramonta/ nella sera di gennaio/ prega anche per noi./ Noi che scortichiamo fino all’osso la terra/ che rovesciamo schiene di zolle/ che luccicano./ Noi che scuotiamo senza riguardo/ la tovaglia bianca del mondo/ sprecando quello che mangiamo./ Noi che crediamo di essere eterni/ col nostro corto e povero presente./ Penna di picchio verde/ ala d’amore nel vento/ prega anche per noi/ disfa il gelo dei cuori intirizziti/ falli volare./ Rastrello delle nuvole/ insegnaci a essere piccoli/ nel nido del mondo/ a soffrire/ per tutto ciò che muore./ Dito del silenzio/ insegnaci ad ascoltare/ e il rispetto della carta./ Ruga dolce nel viso dell’azzurro/ trave tenera della notte/ pioppo nero/ prega anche per noi.

(Silvio Ornella, Fadía / Fatica, 2019, prefazione di Giuseppe Zoppelli, in libera consultazione QUI)

 

Nissun di nun

‘I stin uchì, sensa scomponisi, sparagnàts.
a la ostarìa-alimentars da la Pervinca, in musa
a la Provincial ch’a rimet l’arbitri dal mont,
al mont. Il sotpuarti al è un buligà di ‘na umanitàt
ch’a sa ben trop timp ch’il polvar al à di strassâ.
al è luj. Il boreàl dal sfalt a no si tira indovor
e al para su il tuf dal bitum. I pos’c a l’ombrena
a son di dirit dai pus rivàts a misùra da li’ ondadis
dal dì. Ma si cundùra. Nissun di nun a si intriga
da l’anima di chei altris, parsè-che nissun di nun
al si crot ‘nocent. Il cjavestri corisi dovor
di machinis carghis di cristians dal ociâ spiardùt

e invelenat, a ni rind cosients dal sturniment
dal sorèli amont. A li’ voltis a rivin fantatis disvistidis
il just, ma ‘i sin braus a platàsi, nissun di nun
al va in sercia di nainis. ‘I si jevìn riverents doma
cuant che la Pervinca, cul siò ridi pì lusìnt a poia
tal taulìn la guantiera dai gots vifs.
Nissun di nun al à ‘n altri amôr in vista.

Nessuno di noi
Ce ne stiamo qui, imperterriti, superstiti. / al bar-alimentari della Pervinca, in faccia / alla Provinciale che consegna l’arbitrio del mondo, / al mondo. Il sottoportico brulica di un’umanità / che sa bene quanto tempo la polvere abbia da perdere. / è luglio. Il braciere dell’asfalto non si sottrae / e rilascia il miasma bituminoso. I posti all’ombra / sono privilegio dei pochi giunti a misura dalla risacca / del giorno. Ma si resiste. Nessuno di noi si occupa / dell’anima altrui, poiché nessuno di noi / si crede innocente. L’inseguirsi ostinato / di automobili cariche di esseri dallo sguardo disperso / e rancoroso, ci rende consapevoli dell’ebbrezza / del tramonto. A volte sopraggiungono ragazze svestite / il giusto, ma riusciamo adeguatamente a nasconderci, nessuno di noi / intende correre pericoli. Ci alziamo riverenti solamente / quando la Pervinca, con il suo più lucente sorriso deposita / sul tavolino il vassoio dei calici vibranti. / Nessuno di noi ha un altro amore in vista.

(Francesco Indrigo, Nissun di nun – Nessuno di noi, 2018, prefazione di Gian Mario Villalta, in liberta consultazione QUI)

 
 
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