Egolari – Massimo Pamio

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Egolari
Massimo Pamio
Pagine 124
Prezzo 13 €
ISBN 978-88-94944-96-9
 
 


 
 
Versione online Sbac!
Prezzo 5 euro


 
 

Un foliage in cui sperdersi e ricercarsi; prima di tutto dislocati, in un secondo istante disorientati e infine abbacinati dalla luce in fondo alla radura, in un perpetuo vagabondare lungo un sentiero di similitudini e metafore. È l’insospettabile flusso di magia sprigionato dalla rifrazione dell’ego – e dunque dagli ego, dai vari Io – di un poeta in quanto tale; ecco cos’è quel senso d’inquietudine che pagina dopo pagina abbaglia, sorprende e cattura chi legge i testi di Egolari.

[…]

La bellezza di queste poesie risiede nel primordiale disorientamento sperimentato dal lettore, vessato dall’enigma amatissimo del paradosso. L’elemento perturbante è in verità la traccia residuale d’una scissione giocosa, di quel gioco d’ombre e specchi e multipli che si aggancia all’estesa, lungimirante e felice tradizione letteraria del doppio. Sotto la scorza di quest’ultima fatica in versi di Massimo Pamio si nascondono un brusio continuo e un declinarsi improvviso di τόποι letterari e conseguenti, impliciti rimandi a precedenti casi letterari. La sezione finale degli Egolari, intitolata Teatro II, conferisce al libro una circolarità abbastanza equilibrata. Le nove composizioni della sezione iniziale, Teatro I, costituiscono invece una sorta di monologo dal sapore metateatrale indirizzato dal poeta a un altro (da) sé, come suggerisce la criptocitazione rimbaldiana che suggella la chiusa della seconda scena: «Io, un altro».

dalla prefazione di
Vernalda Di Tanna

 
 
 
 
Lo conduco, lo guido nelle strade
che non sa, che non conosce, del sogno;
si gira attorno, perso, imbarazzato,
ma per questo non lo reputo indegno,
 
anzi, lo prendo per mano, lo aiuto,
gli presento nuovi amici – reagisce,
spinto nella conversazione, è arguto
ma ancora dubbioso a tratti sparisce
 
gli muore in gola la parola, suda:
caccia un urlo. Lo stringo, me lo strappa
la luce, in un vortice. Un boato,
poi d’improvviso tutto s’interrompe.
 
S’è svegliato.
 
 
 
 
 
 
Ne seguirò le nervature
tenterò di ripeterne le linee
senza screpolare uno stoma
una goccia d’acqua cadrà
nelle mani della foglia dischiusa
 
 
 
 
 
 
Ho ambito alla corte delle parole
dedizione salvifica della quiete
con cui posso rendermi sano
o tentar la salvezza abbandonato
il segreto nascosto della malattia
che credo algido innervarsi
nell’acuta anima del sole
 
 
 
 
 
 
Poesia è questa vasta distesa
di parole che s’allineano offese
dal loro muto disegno di neri
caratteri contenenti pensieri
come dardi scagliati per tornare
indietro: spezzati nel loro andare
nostalgico verso un Principio Dato
dal quale ogni unità s’è distaccata
in ritmica vibrazione incarnata
 
in ciò che prende forma dalla luce
si acquietano i toni del mattino
una sedia spostata la voce d’una radio
la risacca prolungata d’una vettura
sull’asfalto
il ticchettio della sveglia in cucina
se fosse tutto questo
vero:
ma è unico in me,
che attendo colei che ancor dorme
scossa da sordi brontolii
nel più ineducato dei sogni
 
– limen, soglia e finestra, i nostri corpi,
di semplici dimore
di libri in cui transita il turpe
tempo nei cumuli di polvere
di quadri fissi da decenni
siamo stati chiamati
a interpretare la stessa commedia
che non ha un drammaturgo
ma solo un imposto copione
(siamo impostori, improvvisati attori
non conosciamo nemmeno la parte
se l’abbiamo incarnata immaginandola
pazientemente giorno dopo giorno
fino a dichiararci protagonisti)
 
quando in te nascondi l’amore
è in un modo così profondo
che nessuno riuscirebbe a svelare
il nostro infinito segreto
 
per scrivere poesia
non basta una penna
occorre un invasato
siccome siamo tutti
calligrafi della follia del mondo
 
scriviamo nel Dio
che scrive in noi
ogni cosa è divina
pura intuizione
 
scrivo perché le nostre parole
siano resurrezione del divino
restituzione dell’assoluto
nel finito
affinché ogni cosa
sia ora e per sempre
Amore