Donne con le ali per Un buon uso della vita


 
 
 
 

Un buon uso della vita di Gabriella Musetti, libro già di per sé particolarissimo perché con una copertina diversa rispetto alla Collana nella quale è inserito (Collana Scilla), è accompagnato nelle sue pagine da una cartolina d’artista di Donatella Franchi. Un dialogo tra forme d’arte accomunate da un intento condiviso e convissuto.

Un buon uso della vita infatti è il libro capolavoro di Gabriella Musetti che fa un focus sul mondo delle donne intese come vite e come simboli letterari, nella loro verticale quanto straordinaria realtà che fa emergere un’idea più che un’ideologia. Che parla al cuore delle donne e degli uomini perché discute dell’identità di genere.

Non importa più, e Un buon uso della vita lo fa trasudare in ogni verso, che chi scrive o chi legge sia maschio o femmina, uomo o donna. L’identità di genere e la stessa identità di per sé del lettore/lettrice e della scrivente passano in secondo piano perché l’obiettivo è la narrazione di una vita che è molte vite. Un tempo che è molti tempi.

Gabriella Musetti traccia un segno fondamentale e necessario compendiando decenni di femminismo, di storie, di lotte, facendone un grumo di storia e con un’intensissima pietas verso l’essere umano in quanto tale metaforicamente si siede e dice: “bene, ora guardiamo come hanno vissuto, come sono morte, come sono state, quali erano i loro sogni, le loro delusioni“.

 

Donatella Franchi prende per mano tutte queste storie e le fotografa accostando idea e simbolo. Scarpe dall’installazione Donne con le ali (2011-2018 work in progress) sulle donne straniere che hanno curato sua madre. Sulle scarpette parole e poesie nelle loro lingue. Del progetto fanno parte anche scritti con le loro storie, poesie scritte da loro e fotografie. L’installazione è stata esposta alla Biennale Donna di Trieste nel 2019, al MAT/tam 43 di Mantova sempre nel 2019, e al Circolo Culturale Merlettaia di Foggia nel 2017. Le foto riprodotte nella cartolina inserita nel libro sono di Guido Piacentini.

 

Un prendersi per mano che accosta il cammino delle donne nella storia privata (che è inevitabilmente specchio e simbolo – a cuor aperto e grondante – della Grande Storia) al simbolo delle donne che camminano oggi e che vediamo appena. Un passato che nel dialogo artistico/poetico incontra il presente, e insegna.

Katia Ricci, in una critica all’installazione, afferma (nelle pagine de L’Attacco):

“Donne con le ali”: quattro libri di artista, o, meglio, scatole, pezzi unici, che contengono le storie delle “badanti” che hanno assistito la madre centenaria, dell’artista, negli ultimi anni di vita. Aprendo le scatole si snoda dai materiali- scarpette fatte di carta di riso quaderni, libricini di carta e di stoffa ricamata con delle scritte nei vari alfabeti,- il racconto della vita di Emi, venuta in Italia dal Bangladesh, Maria dall’Ucraina, Marianna dalla Moldavia. Sono le donne con le ali: “Io vi chiamo le donne con le ali- ha detto Donatella Franchi a Maria- “perché venite sole, da lontano, e avete il coraggio di spostarvi, di ricominciare, anche se spesso non siete più giovani”. Sono donne con le quali l’artista continua negli anni a coltivare un rapporto, anche se ormai hanno prese strade diverse: alcune, Marianna e Maria, sono tornate ai loro paesi, mentre Emi vive e lavora come mediatrice culturale a Bologna. Laureata e con un dottorato di ricerca a Londra in diritti umani, Emi era venuta in Italia, dove per guadagnarsi da vivere faceva le pulizie, da Dahka, la capitale del suo paese,perché non sopportava di vedere più il dolore delle tante donne “sfigurate con l’acido, abbandonate a morire per strada da mariti che le ripudiano, sfruttate nelle fabbriche come schiave”. La scatola a lei dedicata conserva scarpette di carta di riso con la parola “alata” scritta in bangla e un libricino di poesie, intitolato Nutrimento di cibo e di poesia con una poesia della figlia, allora piccolissima, oggi universitaria ventiduenne, Dopo il tramonto, scritta per la morte della madre dell’artista. Commovente la scatola di Marianna con i quaderni che il figlio rimasto a casa, affidato alle cure di altre, le mandava per mostrarle i progressi che faceva a scuola: un modo per ringraziare la madre del suo sacrificio. La scatola di Maria contiene una fotografia che la ritrae insieme alla madre dell’artista sedute un po’ distanti l’una dall’altra, su una panchina come raccolte in se stesse. In comune sembrano avere una profonda malinconia, che però non le rende solidali e concordi. Nella scatola anche poesie in ucraino e con traduzione a fronte, di donne che hanno partecipato al laboratorio di poesie tenuto a Brescia da Delfina Lusiardi. Sono versi di profonda nostalgia per la terra lontana e per i figli che crescono senza di loro e il cui ricordo è struggente. Il rapporto con queste donne non è stato sempre facile, come si può capire, ma ha ispirato la creatività di Donatella, che a sua volta ha messo in moto quella delle “donne con le ali”, un modo che è servito ad entrambe non solo a trovare la strada per un rapporto più gratificante, ma anche per vivere meglio, come racconta Donatella, “l’ansia e la sofferenza che la vecchiaia e la fragilità” della madre le causavano. Di questa relazione creativa anche la madre era partecipe, infatti un altro lavoro, Progetto Clotilde, contiene le poesie trascritte dalla madre, e fotografie con un libro d’artista, A Clotilde, che racchiude riflessioni sulla vecchiaia, frutto di un’incontro alla Libreria delle donne di Bologna. L’ispirazione per questo lavoro è scaturita dalla passione di Clotilde per la lettura di opere letterarie e poetiche che ha alleviato il peso della vecchiaia, mentre l’ispirazione al lavoro “Donne con le ali” l’artista l’ha ricavata dal racconto “La donna dal vestito di piume” che la nonna raccontava a Fatema Mernissi: tratta dalle Mille e una notte racconta di un giovane che “una notte mentre è intento a scrutare il mare dall’alto della terrazza- racconta la sociologa marocchina- è attratto dai movimenti aggraziati di un grande uccello che è venuto a posarsi sulla spiaggia. All’improvviso l’uccello si spoglia del suo piumaggio, che si rivela essere un vestito di piume, appunto, e ne esce una bella donna nuda che corre a tuffarsi nelle onde”. A Sherazade in particolare, la protagonista delle Mille e una notte, si ispira la scatola di Donatella Franchi con le scarpette e le mappe scritte in arabo, che è al Museo delle Donne di Washington e che ha dato il via alla ricerca di “Donne con le ali”. Dalle varie opere dell’artista, quello sulle Sorelle Brontë, Lavinia fuggita, tratto dal racconto di Anna Banti, il lavoro sulle Preziose e il libro d’artista su come cambia il senso di un’opera a seconda che venga attribuita a questo o a quell’artista, continua è la riflessione e la ricerca sull’intreccio tra pratica artistica e vita quotidiana, tra “la creatività che serve alla vita e quella che si trasforma in pratica artistica”.

 

Donatella Franchi crea libri d’artista e installazioni che ha esposto in Italia e all’estero (Istituto Italiano di Cultura di Washington, 2001, Convento di San Agustin, Barcellona, 2004). Ha partecipato a diverse rassegne di libri d’artista in Italia e al Washington Museum of Women in the Arts. Alcune sue opere fanno parte della collezione dello stesso museo, e della Rhode Island School of Design (Providence, U.S.A.). Parallelamente al lavoro visivo svolge un’attività di ricerca sui cambiamenti che il femminismo ha portato nel mondo dell’arte contemporanea e nel pensiero sull’arte. Ha curato Matrice, pensiero delle donne e pratiche artistiche, Quaderni di via Dogana, Milano 2004. Sugli stessi argomenti ha scritto saggi, organizzato incontri (La novità fertile, per Bologna 2000) e partecipato a seminari all’Università di Verona e di Barcellona. È docente di pratiche artistiche nel Master online di studi sulla differenza sessuale del Centro di Ricerca Duoda dell’Università di Barcellona, con il quale collabora dal 2009. I temi su cui lavora sono le relazioni d’amicizia e di cura: Cartografia dei sentimenti, sul mondo delle Preziose, Progetto Clotilde, dedicato al rapporto con la propria madre, Donne con le ali, dedicato alle donne straniere che fanno lavoro di cura. Il suo ultimo progetto è un lavoro di arte relazionale: Riparare le relazioni. Tessere relazioni è arte. (Spinea, Venezia, 2018, Trento 2019), installazione collettiva in collaborazione con Adriana Sbrogiò e Franca Bertagnolli. Attualmente sta lavorando ad un nuovo progetto di riparazione, che riguarda la famiglia della madre: Segreti familiari. I suoi primi libri d’artista si ispirano al mondo degli scritti giovanili delle sorelle Brontë. Vive e lavora a Bologna.

 

Alessandro Canzian