dal blog di Poesia del Corriere della Sera su “L’imperfezione del diluvio”

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dal blog del Corriere della Sera di Ottavio Rossani
 
 

“Il senso è cogliere/ staccare, strappare”, recitano i versi di Paolo Ruffilli in esergo alla terza raccolta poetica di Sandro Pecchiari, L’imperfezione del diluvio – An unrehearsed flood (Samuele editore, 2015). Quello stesso cogliere “si dice di fiori e di frutti,/ di api che succhiano il polline./ Di chi si gode la vita/ ma anche ne è consumato”, ed è esattamente su questo confine di senso che l’opera di Pecchiari si mantiene in equilibrio, concentrando nella sua esattezza, densità e concisione, la forza vitale del sentimento e la terribile esperienza del dolore.

I diciannove brevi componimenti della raccolta – con a fronte una traduzione inglese a opera dello stesso autore – affrontano l’inevitabilità dello “strappo”, immagine declinata prima di tutto come perdita della persona amata – malata e in procinto di morire –, ma anche come esilio “nella rotta / dall’infanzia”, come vita che si dismette nell’inarrestabile accadere del tempo.
“Ricalcare i giorni/ è già/ morire”, scrive Pecchiari, invocando una legge del mutamento che implica da una parte la capacità umana di resistenza (“è virtù e colpa nostra il perdurare”), dall’altra il recidere, lo “sforzare” i legami fino a frantumarli, se necessario, nonostante permangano dei “fili indistruttibili” che hanno a che fare più con l’amore che con l’imperfezione della vita. Ed è così che l’io poetico si ritrova assieme all’amato morente a vivere in austerità e solitudine uno stadio di assedio, di cui i versi sembrano essere la sentita e altrettanto rigorosa testimonianza. Le parole – mai una in eccesso – raccontano dell’attesa dell’addio, del “mutamento”. Sono come le torce che il poeta stringe mentre il “tu” cui si rivolgono lo abbandona “troppo veloce” nella notte eterna.
Leggiamo qualche componimento per comprendere l’intensità con cui il poeta racconta la lotta, la veglia, il dolore, e allo stesso tempo il suo superamento nel varco spazio-temporale che solo il sentimento – con tutta la sua umana impossibilità – è capace di schiudere.

Giuliana Altamura

 

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