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LE MORE SONO LAMPADINE BRUCIATE
a cura di Giuseppe Rizza

È quella di Francesco Terzago una poesia composta, stipata verrebbe da dire, dalla materia, una materia a sua volta stratificata, come i fossili, ricca di materiali, e che affiora da una sorgente minerale, che è l’intorno, l’ambiente che dovremmo onorare invece di deturpare quotidianamente con la nostra presenza.

I suoi sono versi compositi perché derivanti e derivati, ramificati, figli e nello stesso tempo gestanti, hanno il passo della prosa – la prosa lirica di certi scrittori dell’est europa – e quello ondulante della poesia.

Se non fosse un aggettivo ormai logorato dallo spreco quotidiano che se ne fa, la sua sarebbe una poesia mistica, che irradia pensieri laterali, e ha le movenze di una serpe che ambisce a una vita prolungata in un sentiero semiarido di un bosco calpestato.

E così se la prima lunga poesia si conclude immaginando un budda figlio delle cave – nelle terre di confine fra alta Toscana e Liguria – la seconda richiama le atmosfere milanesi di Pagliarani e del suo linguaggio tecnico meneghino degli anni del boom, o all’anidride solforosa del Roversi che regala i suoi testi a Lucio Dalla: in fondo, il capitalismo si può criticare anche solo citandolo (in questo modo la direzione / promuoverà la dieta mediterranea scongiurando / il consumo di sostanze stupefacenti).

 
 

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