Ciberneti – Francesco Terzago


 
 
Ciberneti
Francesco Terzago
Pagine 48
Prezzo 13 euro
ISBN 978-88-94944-62-4
 
 


 
 

In questo libro siamo portati a vedere dove nascono i ciberneti, gli automi che percepiscono, agiscono, elaborano informazioni provenienti dall’ambiente, come noi, sacerdoti di quelle divinità incarnate. Sono protesi della vita degli esseri umani, sono centinaia di migliaia ogni anno. Centinaia, / forse migliaia di tonnellate al giorno; cioè / che escono dalle matrici della fusione / metallica […] e viaggiano sugli oceani in milioni di container. La voce ci guida nei siti di produzione, dove l’inorganico è rianimato e si intersecano corpi umani e automi, come nel caso delle increspature del vetro corrugato simili a quelle della busta da bagno, perché hanno come modello lo stesso pezzo di cuoio di un animale morto decine d’anni prima. L’occhio scompone le macchine nella loro materia e la natura è mediata dai gerghi e dalla lingua speciale (braccio antropomorfo, elettromandarino, placche sinterizzate dalla punta, glifo di cemento) per avverare anche l’estremo in un verso lungo che, giocando con gli elementi narrativi (ad esempio, i connettivi, le abbreviazioni, le note tra le quadre) si spezza nei punti di maggior tensione e coagula il discorso tra incidentali, approssimazioni e lucidi baleni.

 
 
 
 
Cuoio
 
Il vetro corrugato ha le stesse increspature
della mia busta da bagno di pelle sintetica.
Ne esistono un milione, sono distribuite
in tutto il mondo, queste buste.
C’è una sovrapposizione perfetta. Ho aperto
la finestra e l’ho messa dall’altra parte, la busta,
dietro di lei c’era la luce anodina della pioggia e,
davanti, quella di una lampada alogena. Muovendo
ho trovato ogni corrispondenza: come una mano
sinistra ferma a pochi millimetri da uno stagno oppure
una moneta che, sollevata in aria, confonde il suo colore
con quello del disco solare, spento, tra i palazzi.
Sono state impresse, entrambe le superfici.
Hanno avuto lo stesso modello:
un pezzo di cuoio. Cuoio venuto da non so
quale bestia morta, e poi morta dove, e perché.
Morta, se per questo, almeno mezzo secolo fa:
considerando lo stato degli infissi, il mastice crepato.
Comunque, ammazzata da qualche gente,
con quali strumenti poi non so; di notte, di giorno; per fame,
per tenersi al caldo o per tenere al caldo qualcuno.
 
 
 
 
 
 
Flessibile
 
Un improvviso gelo, poi una sensazione, al dito,
di quiete. Il flessibile che gira con stanchezza
proietta il sangue sul pavimento verniciato di verde,
così sul basamento zincato – che sembra
uno sfrigolio led all’apice dei circuiti.
Pulire quando il lavoro sarà finito.
 
Non dici nulla. Prendi il rocchetto
del nastro isolante e stringi la carta assorbente
sulla ferita, incapsulandola. Riaccendi
il flessibile. Pareggi il ferro e poi guardi
in direzione delle cassette di plastica:
le bocche di lupo impilate una sull’altra.
Pensi al loro contenuto, alle viti di acciaio
inossidabile, ai gomiti zincati. Alla loro
immediata sostituibilità e resistenza
a fatica, alla loro sincerità. Dai un tiro
alla sigaretta e quella svampilla. Poi
ti massaggi le cervicali lamentandoti
con te stesso di quella ulteriore
perdita di tempo (due realtà che procedono
in una direzione temporale differente
non possono comunicare).
A quel punto li vedi. Sono sotto al banco.
Incastrati gli uni sugli altri, così
da occupare il minor spazio possibile,
gli elementi che sono stati sostituiti
nel rinnovamento dell’impianto perché quello
possa tornare a produrre. Qualcuno è coperto
di concrezioni calcaree, una statua di coralli morti,
una patina che sarebbe troppo oneroso rimuovere
per dare chiarezza ai lineamenti. Altri, ossidati,
forse non garantiscono più le prestazioni meccaniche
per le quali gli insondabili progettisti li hanno
inseriti nel disegno [il corpo dei macchinari
è inalterabile]. Il corrugato, però, spezza l’ombra,
taglia il confine, e quasi raggiunge il piede sinistro
con qualche tubicino blu e cavi sfribrati.
 
Ti trasferisci in loro. Le cellule si combinano
al reticolo cristallino dei minerali, della perlite,
vedi gli spigoli perdere gradualmente ogni gibbosità.
Le filettature ripristinarsi, elica innocente
di una chiocciola. ogni asperità superficiale è
un ematoma che si riassorbe.
Un giorno le macchine potranno guarire e
ci insegneranno a guarire.