Vittima delle rose – Claudio Recalcati



 
 
Vittima delle rose
Claudio Recalcati
prefazione di Maurizio Cucchi
Pagine 140
Prezzo 15 €
ISBN 979-12-81825-03-1
DISPONIBILE A BREVE
 
 

Dopo un lungo silenzio, seguito alle uscite di Microfiabe (2010) e Cartoline dell’addio (2013), Claudio Recalcati ritorna con un un’opera internamente molto articolata ma organica, in cui domina un senso indomito di una corrosiva, tormentata energia nell’esserci, colta nelle varie circostanze del vissuto. E in queste pagine, come del resto nelle tappe precedenti della sua vicenda poetica, ci troviamo di fronte a una viva tensione continua che diviene forte e inconsueta, coinvolgente energia espressiva. Recalcati si muove su territori diversi, convoca varie figure di grandi poeti, passando magari dall’ “armonia delle note di Whitman” per arrivare a introdurre un’ “onda lunare con la faccia di Poe.” Questo in virtù di un naturale estro, di un io “ostile a una vita normale”, che sempre oscilla tra cupezza e apertura possibile di luce, sia pure momentanea, introducendo a tratti anche improvvise invettive. C’è, insomma, nei diversi capitoli di questo nuovo libro, una circolazione fittissima è imprevedibile di umori che ne costituisce il carattere essenziale.

Il suo cammino è dunque estremamente inquieto e gli suggerisce il ritorno alla mente di situazioni affioranti dalla memoria, dove sempre si impone la concretezza del reale nella quotidianità delle situazioni, nei brandelli di un passato che d’improvviso gli pervengono e mettono in moto la sua sensibilità. E qui si manifestano allora personaggi, luoghi in cui è maturata l’esperienza del poeta, a volte anche drammatica. E certo rilevante è la presenza della sua città natale, di una Milano vista anche nei dettagli dei suoi vari ambienti e quartieri, non necessariamente illustri.

Maurizio Cucchi

 
 

Ad Anna

 
Li ho visti svanire…
Svanivano le loro labbra,
frullavano come falene
svanivano le lamentele grasse
le ali troppo pesanti.
Ci allontanammo e
scomparvero i capannoni,
si fuggiva lenti verso l’uscita
e intuimmo che l’aria
ci avrebbe travolti immensa,
la luce sarebbe esplosa
sui nostri corpi.
L’anima prese il volo.
Sotto parlavano ancora di progetti
sull’urbanizzazione, su Zanzotto,
sui quadri di Testori.
Ti guardai a lungo…
Sembravi esangue.
Al primo soffio ti ritrovai
sorridente,
la luce aveva placato le ferite.
È li che ti ho abbracciata…
Solo li.
 
 
 
 
Cosa diceva lei, oh Amore mio?
Ma cosa cantava lei e poi sembrava
nell’uragano che li travolgeva
una sguattera, una massaia arruffata
ed io ridevo e
non era poi per delicatezza
e nobile stirpe o volo.
Altri che sentenziavano
parlavano di Cina ed altre cose
senza pietà razzisti parlavano
di femmine altezzose e vari
cocktails di civiltà
trito romantiche.
Affondai il mio viso in te, lo sguardo.
Dicevano “Che umanità gloriose…
Che uomini dabbene!”
Io dissi: “Come è cane lei,
amico mio”.
 
 
 
 
Ma ti ricordi quando ebbri
eravamo quei calzoni corti
e le urla, la madre che chiamava,
l’olezzo delle piante, la vita.
Ricordi? Eri stupita, io stupito
ed oggi?
Resto ancora stupito,
tu stupita. Guarda…
non muore mai il seme, muore la pianta
e l’albero non canta la sua morte
e solo l’uomo geme.
Per questo ti ho desiderata,
per quella assoluta non aderenza
alla vita comune. Ti ho amata
per quest’onda che lenta
invade la tua pelle
e che inviolata inonda, ci tramanda.