Su L’imperfezione del diluvio – Maria Pia Arpioni

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Con An Unrehearsed Flood-L’imperfezione del diluvio, prefata da Andrea Sirotti, la collana di poesia «Scilla» della Samuele Editore ospita per la terza volta nel giro di pochi anni il triestino Sandro Pecchiari, già autore, nel 2012 e nel 2013 rispettivamente, delle sillogi Verdi anni (introdotto da Roberto Benedetti) e Le svelte radici (con prefazione di Mary Barbara Tolusso). Classe 1951, Pecchiari ha lasciato a lungo in un cassetto i propri testi, fino all’esito incoraggiante di un premio letterario, nel 2009. Ben vengano dunque le stampe ravvicinate di questi frutti del tempo.

L’annuncio del diluvio è già in Verdi anni e Le svelte radici, se proprio nei primi componimenti di ciascuna di queste sillogi si colgono, inequivocabili, i segni di un imminente disfacimento: «– forse è meglio far fagotto – / mentre [l’era glaciale] blocca l’acqua, / […] c’è tempo solo / per una valanga feroce / di parole chiare, / tenendoci per mano» (No Way Out, in Verdi anni); «regala loro presto un nome / perché da qualche parte / il tuo gran regno sta diventando pioggia» (Pioggia e oro, ispirata a un tramonto romano, in Le svelte radici). I «nomi» da donare ai luoghi-nuvola di un impero ormai passato, ovvero le «parole», scroscianti e crudeli anch’esse, ma limpide, sostengono l’imperfezione di ciò che è sopravvissuto, dello scampato, dei suoi relitti poetici, sempre condivisi.

Particolarità di questa nuova silloge è il suo calarsi in uno dei tanti mondi linguistico-culturali che facevano capolino nelle precedenti raccolte: quella letteratura inglese (e irlandese: l’epigrafe è tolta da Human Chain del Nobel Seamus Heaney) approfondita da Pecchiari per la laurea su Ted Hughes e che affiora ad esempio nei rimandi a Donne ed Eliot rilevati da Sirotti. Come Pecchiari ben sa, la lingua non è solo un involucro, ma un “abito” diverso per un “corpo” diverso; l’animo, la scaturigine prima della poesia, quello sì, è lo stesso, solo che «si biforca/come una cerniera» (la poesia parla sempre anche di se stessa), in quella che non si sa bene se definire un’autotraduzione. Si veda ad esempio questa strofa, tratta dal terzo dei 19 dittici bilingui che compongono il libro:

it’s twining
not twist to bind
and then unbind them
if we can’t keep them

l’essenziale è arrampicarsi
per sforzare i legami
e frantumarli
se non li manteniamo

Il gioco sonoro è evidentemente molto più marcato nella lingua inglese, la cui forza di sintesi investe anche i versi italiani, portati a una concentrazione lapidaria.

È ancora Trieste il punto di partenza esistenziale e creativo delle «rotte» e delle mescidanze di Pecchiari; è il suo mare che «s’insinua dentro il corpo»: gli «occhi limpidi», «il fondo […] blunotte di linguaggi» sono dell’Altro, ovvero di Trieste, delle sue acque incombenti, ma anche dell’amato la cui vita è in pericolo. Il diluvio imperfetto è così il minaccioso mare triestino, ma anche il cancro che divora il corpo dell’amico, e solo il suo (anche questa la battaglia, il cui lessico riverbera dalle precedenti sillogi):

opporre due scalini, qualche asse
soccorrere abitudini
di stracci e scope

un gioco perso (V)

 
non più nostro         questo posto

s’accampa cauto negli addii
nell’attesa che si vada

non posso non amarlo
nella sua chiarità
di troppa forza (VII)

Come si vede, l’importanza dei luoghi, il loro stare mai per sé ma sempre per le persone e per i loro incontri, è un motivo anche di questo libro. Ma anch’essi sopravviveranno, benché privi di senso, ormai ignoti.

L’imperfezione del diluvio è questa vita che resta e resiste, dimidiata, anche dopo la morte dell’amato («noi cadaveri siamo così efficienti)», è il rammarico del viaggio che continua, ma in una direzione non desiderata:

l’essere privato di un passaggio
tra il vivere che resta
e te
mi fa immobile nella diminuzione (VIII)

 
non poter andarmene prima che tu vada
testimone di una vita
ingozzata di chemioterapia (XI)

Se la vita è spesso male, esilio, peso di un vuoto insopportabili, inaccettabili sic et simpliciter («oggi non posso ancora/[…] non ho appreso/l’etichetta della perdita»), la voce poetica va «misurando la memoria in miglia» e sondando un’«alba da qualche altra parte». Strappi e ferite rendono questi componimenti un susseguirsi di singulti, di versi staccati, di brevi strofe, prive di ogni interpunzione e quasi del tutto di congiunzioni. Istanti ultimi, strette di sguardi, di mani, di sorrisi riallacciano i legami tirati all’estremo, ricompongono il discorso poetico:

[…] il tuo sorriso
ferma il fiume gonfio
[…] tu mi riavvolgi (XIII)

 

ma perdo il conto se ti guardo
e varco insieme alle tue mani

il non-tempo che allaccia
l’imperfezione del diluvio (XI)

 
 
 
Maria Pia Arpioni
 
 
 
 
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