Periferie del silenzio – Nabil Mada


 
 
Periferie del silenzio
Nabil Mada
Pagine 102
Prezzo 15 euro
ISBN 979-12-81825-51-2


 
 
Versione online Sbac!
Prezzo 8 euro


 
 
 
 

Son passati molti anni da allora ma intatta è rimasta l’adesione profonda alle ragioni dell’espressione poetica (di sè e del mondo). “Periferie del silenzio” è il frutto di oltre venti anni di attività poetica: esso comprende 38 liriche (selezionate da un corpus assai più vasto) e si suddivide in cinque sezioni: “Salè”, “Ricordi cronotopi”, “Umanità in difesa”, “La periferia dei dolori”, “Vita di un immigrato”. La sezione di esordio è un lungo omaggio alla sua città: Salè, quasi brevi capitoli di un piccolo poema in versi, tramato com’è di densi riferimenti spazio-temporali che toccano la vita intera, dall’infanzia (“Siamo cresciuti – quando siamo usciti dai tuoi quaderni con le dita colorate di gesso – e abbiamo imparato l’arte di salvarci”) all’oggi. Il rapporto con la città natale è però irrisolto: al desiderio e all’amore fa da contrappunto il distacco, la fuga (“una città dove/ non potrò mai rinascere”) a cui subentra la nostalgia e il ritorno, perché alla fine Salè è pur sempre “una sposa che stringe il suo velo” seppur “fatto di tombe”. Alla fine essa si trasforma, diventa una metafora del vivere, nasconde il suo volto scavato dai secoli, forse ingannevole (“come uno specchio/ che genera uno specchio”) ma “lo smarrimento diventa/ una forma di appartenenza”, una “dimora di luce” e “qui son destinato a tornare” seppur “senza riconoscerti”. Salè è considerata spesso attraverso il filtro dell’esule, come una donna lontana in attesa, resa sempre attuale e viva dal desiderio e dalla nostalgia e alla fine comunque un ritrovato “destino” cui non ci si può sottrarre. L’altro nucleo di suggestioni ruota attorno a Bologna, la città dove Nabil giunge per completare i suoi studi e che, assieme alla natia Salè, fa da sponda o da approdo, per citare il titolo della raccolta, alla sua vita e alla sua formazione. In effetti son gli anni bolognesi e in generale quelli trascorsi in Italia, che diventano fertile terreno dove si completa e affina la sua ricerca poetica. L’autore marocchino rivela infatti nelle liriche, edite e inedite qui presenti, oltrepassati ormai i venti anni, un proprio compiuto e maturo linguaggio, nel quale la dimensione esistenziale, ma anche quella storica e sociale, sono scandagliate dentro un orizzonte di rimandi simbolisti e sereniani, con talvolta il sapore acre del sentire leopardiano al cader di ogni speranza e lo sbigottito naufragio dell’io dentro un nichilismo dominante (“Nel nonnulla dell’essere”, “ Nel senso nientifico/ dell’essere stato”, “Chissà se Dio sussiste ancora in te”) che trova forse le sue radici in assenze e perdite (fisiche e metafisiche) celate nel vissuto del nostro autore.

Gabriele Amadori

 
 
Salé
 
Il mattino si sfoglia dal suo volto
come una maschera stanca di specchi,
e attraverso – non verso un luogo –
ma verso un’altra possibilità di freddo,
dove Salé presta il suo tepore
dalla nostalgia dei turisti,
e l’esilio è un mantello d’ombra
che non protegge il cuore dal tremore.
Ma il mio sangue conosce una strada
più antica delle mappe,
discende in segreto verso Tabriquet,
dove i tetti appendevano la mia infanzia
come piccole bandiere al sole,
e le stoffe ricamate sventolavano
come versetti di una casa povera
che custodiva la propria dignità nella luce.
Entro dall’arco di Bab Maâlka
come entra il senso in una frase incompiuta,
cammino scalzo nell’interpretazione,
sfioro nomi addormentati nella pietra
e risveglio in essi un brivido di terra,
come se la morte non fosse
che un’altra forma della chiamata.
 
Il mare laggiù non è acqua,
ma una gola azzurra
che si esercita sul mio nome,
avanza verso di me poi si ritrae
come se temesse di confessare.
 
Dalla terrazza del vento
alla Kasbah degli Oudaïa
ti vedo sospesa tra due tempi:
una sposa che stringe il suo velo
fatto di tombe e traccia del tempo
il confine del suo sorriso.
 
O città che scambi l’oro con il sale
e fai della morte un ornamento per la fronte,
quanto tempo è passato
perché il mio nome diventasse
pesante nella tua bocca?
 
Gli anni non sono trascorsi:
ti hanno scavata con uno scalpello segreto,
hanno lasciato sul tuo volto
le pieghe di una pazienza antica,
e mi hanno lasciato a cercare il mio sorriso
come un cieco che cerca
nel buio una finestra.
Siamo cresciuti – quando siamo usciti
dai tuoi quaderni con le dita
colorate di gesso – e abbiamo imparato
l’arte di salvarci: riassumere la nostalgia
in una scatoletta arrugginita di tonno,
gettarla nell’abbraccio dell’acqua
presso il santuario di Sidi Ben Acher,
affinché l’onda se ne faccia interprete.
Il mare non cancella:
restituisce le cose
spogliate dei loro nomi,
e ci lascia nudi
davanti alla nostra prima verità.
O Salé,
metafora sfuggita
alla mia sintassi,
più mi allontano da te
più ti moltiplichi nel mio sangue,
come uno specchio
che genera uno specchio,
finché lo smarrimento diventa
una forma di appartenenza.
 
Ora comprendo che non era tempo
l’infanzia,
ma una dimora di luce;
e che il mare non invecchia,
ma siamo noi
quando sostituiamo con pietre levigate
il cuore e chiamiamo questo
un destino.
 
 
 
 
Bologna al mattino
 
Al mattino fresco
seguivi il canto notturno
degli uccelli che sbadigliano,
i cani randagi
in guardia,
senza ferocia
pronti a difenderti.
 
Questo mattino offuscato
da ventose parole
torna ad essere insignificante
movimento di gente:
chi va al lavoro,
chi torna dal lavoro, chi…
 
Le puttane sono già rincasate
dopo tanto amore
sparso di là e di qua sul viale.
 
Questa era Bologna
al mattino: un insieme
di portici sudati
dalla pioggia, dalle bottiglie
di birra e di vino.
 
Era questa Bologna al mattino, sì:
un gorgoglio di voci faticose,
un sentimento
inafferrabile del nonnulla
che cammina fino
a Piazza Maggiore.
 
 
 
 
Ricordi meridionali
 

A due passi da San Giovanni la Punta, i due giovani scivolarono dal grigio Scarabeo 101 come ombre in un tempo sospeso. Il silenzio era un vento caldo che avvolgeva ogni cosa, terribile e frivolo insieme. «Fra poco inizia il tormento», mormorò una voce, accarezzando il tramonto che si stendeva lento verso le sedici e trenta, tra fiocchi di Ramadan impazziti, sospesi nell’aria come polvere di luce. Non erano più intellettuali, non più studenti: erano stranieri della vita, pellegrini del tempo, rugiada fragile sul fuoco dell’inferno.

Il cielo tremava di colori liquidi, i passi si smarrivano nel battito di vie antiche. Via Etnea li conduceva come un fiume invisibile verso la Piazza dell’Elefante, tra memorie che danzavano come foglie inghiottite dal vento. Occhi spenti, cuori in ascolto, labbra che respiravano il silenzio del mondo. Tutto si piegava sotto il peso delle ore e dei sogni perduti.

E restava la sospensione di un tempo che non sarebbe più tornato, il respiro dei due giovani scivolava da Acitrezza ad Acicastello, tra le correnti segrete della luce e dell’ombra, fino a Taormina, dove l’eterno sembrava abitare ogni pietra, ogni onda, ogni ombra. Ecco ciò che avevano da dire: un rospo da sputare sui giardini di Bacco, dove la giovinezza, tutta in luce, restava prigioniera della solitudine di una vita senza destino.

Era un ricordo liquido, un’esercizio di memoria che bruciava e carezzava. Qui taccio. Qui lascio che il tempo parli al posto mio e non scriverò più.