
Il percorso intrapreso da Mara Donat nella raccoltaSchianti a sconfine(Samuele Editore, 2016) inizia con la messa in discussione del corpo (Dimmi, cos’è il corpo?, chiede in apertura della liricaSMOTTAMENTO) nell’intento di trovare una parola che si faccia essa stessa corpo, linguaggio di carne da offrire all’altro. Nella prima sezione intitolataSchianti, si trovano numerosi riferimenti all’acqua, quasi Donat, fosse alla ricerca di una fonte primitiva di vita,un’onda/un costante mutamentodalla quale poter partire alla ricerca di una terraferma dove ricostituirsi, tema che ritornerà anche più avanti (Noi ci lasciamo dietro il mare/per farci ossa e sangue, sulla terra,/come un prato verde.). È nsistente anche il dialogo nei confronti di un tu la cui assenza è addirittura motivo dinon esistenza(non ci sei, quindi non esisti,/come una nuvola/ che manca al cielo, bianca), ma di cui l’autrice cerca costantemente la materialità del corpo, un corpo-onda che si offre e si ritrae, (prendo il tuo corpo e/me lo strapazzo, lo sperma/negli obuli…), barattando silenzio consilenzio/rettile, secco e secante/come le tue pupille.
Nella sezione centrale Mara Donat invoca figure mitiche della Grecia antica (Egeria, Vestale, Venus e Calliope), chiedendo loro di porgerlesillabe incantate, di riempirlela bocca di parole. In queste quattro poesie si assiste quasi ad un rito difertilità della parolaaffinché sgorghi dall’acqua, sbocci dalla terra e contrastiil disincanto.
Le ultime poesie, raggruppate nella sezioneA sconfine, rappresentano il raggiungimento della consapevolezza: il disincanto lascia spazio allo smarrimento, il corpo sisperde, si frantuma.
Lasciare che il corpo sismarriscaci consente, tuttavia, di entrare in contatto con qualcosa di più profondo e spaventoso nella sua totalità, una forma di libertà incarnata nell’immagine dell’uccello migratore che non appartiene a nulla, ma appartiene al mondo (Esule come Stella d’Oriente/ogni luogo del mondo mi è/dimora), in continuatransizione, come riporta l’autrice nella sua nota, da “un luogo-non luogo anche poetico, nella ricerca di un dire più radicato” e dunque più autentico.

