Il giardino dell’attesa – Rosa Salvia


 
 

 
 

Il giardino dell’attesa
Rosa Salvia

Samuele Editore 2017, collana Scilla
prefazione di Pasquale Di Palmo

pag. 100
Isbn. 978-88-96526-87-3

 
 
 
 

Dalla prefazione:

Gaston Bachelard scrisse che il giardino «è uno stato d’animo». Questa definizione può benissimo attagliarsi alla più recente raccolta poetica di Rosa Salvia, emblematicamente intitolata Il giardino dell’attesa. Nonostante le sue origini lucane (di Picerno, in provincia di Potenza), la poetessa vive da molti anni a Roma, dove suggellò la sua giovane esistenza, in maniera drammatica, il cugino Beppe, la cui opera è stata investigata da Rosa a livello esegetico. E tracce del classicismo dell’autore di Cuore (cieli celesti) e di alcune tra le più intense liriche della seconda metà del Novecento si ritrovano nel nucleo di questa raccolta, soprattutto nella sezione inaugurale che dà il titolo al libro. Qui il tema del giardino si configura attraverso una sequenza molto ben strutturata, che può richiamare sia l’idea del poemetto articolato in più parti sia una suite in cui ogni singolo componimento può essere letto in maniera autonoma. La modernità con le sue problematiche «antipoetiche» per eccellenza (globalizzazione, tecnologia, omologazione di pasoliniana memoria, disgregazione del linguaggio ecc.) sembra essere stata rimossa dalla poetessa, che indugia intorno agli spiragli concessi da una memoria ondivaga e sfuggente. Quella sorta di «modernità liquida» di cui parlava Bauman, che contrassegna il dinamismo e, al contempo, l’inautenticità dei nostri giorni, sembra non sussistere, orientandosi verso un dettato poetico che privilegia la ciclicità degli aspetti naturali, talora arcaici, presenti in una comunità che si rispecchia nell’immagine del «giardino dove tutto fiorisce / e marcisce, dove le noci / sono ortiche, / e le tue labbra imparano a sillabare».

Pasquale Di Palmo

 
 
 
 
Il giardino dell’attesa
 
Il giardino sopra la tua casa
è un punto, un paese,
il locus in cui si trova
il seme e lo spazio che accoglie
quel seme.
 
Il giardino è un albero e la terra in cui
quell’albero mette radici.
 
Il giardino è un albero di noci
il terreno a cui esso fa ombra
e sul quale lascia cadere i suoi semi.
 
Il giardino è un punto
a cui il campanile coi suoi rintocchi
unisce in un unico cerchio
la musica empedoclea dello sfero.
 
Il giardino è una frenetica linfa
è un filo di ragno
un sentimento e un pensiero
come il respiro di Saffo.
 
 
 
 
 
 
Monte Lifoi
 
Fra le sue buche e le sue gole
mentre incalza l’impervia salita
più leggero si fa il peso
del vivere più lungo il raggio
del pensare –
 
Sulla cima appena un fiato
che imbruna –
 
Nella valle il paese fuma –
la torre normanna attende pensosa
nella screpolatura dei tempi
un’aurora di storia.
 
Scendendo la china
riprendi la gravità del corpo
un osso sbiancato
dal nuvolo grigio dei camini.
 
 
 
 
 
 
Solo il respiro dura per sempre:
graffio divino
si trasforma in cenere
e risorge –
 
Si piega scindendo il desiderio
in due come una pesca; e la fiamma
diviene bacio sulle membra, singhiozzo,
e poi foglia alla balìa del vento.
 
Solo il respiro dura per sempre:
tempo delle cose
sempre variato e sempre lo stesso
contro l’agguato volubile del nulla –
 
Nutre le fonti ambivalenti del pensiero
scivolando sull’acqua
delle circostanze imprevedibili
fino a che non si placa nell’interiorità
propria del sonno
 
e diventa leggero, con un peso
umano.
 
 
 
 
 
 
Lascia che siano azzurre le pietre,
oppure, formate di sabbia,
falle calare attraverso acqua o gesso
così che, per non essere deturpate,
induriscano e riprendano forma
come gocce di respiro che mutano,
si raggrinzano, s’inquietano,
con chi è rimasto, con chi se n’è andato,
con chi ritornerebbe se potesse
 
nell’eterna tensione fra esistente
e assenza.