
Diario del disamore
Matteo Fantuzzi
a cura di Alessandra Corbetta
Pagine 70
Prezzo 15 euro
ISBN 979-12-81825-57-4
Il Diario del disamore di Matteo Fantuzzi è un’anatomia poetica, spietata e commovente, della vulnerabilità caratteristica del genere umano. Attraverso una lingua affilata e priva di compiacimenti, Fantuzzi ci conduce nei luoghi di una modernità asfittica e meccanica, fatta di fabbriche che divorano giovinezze, corsie d’ospedale blindate dall’emergenza e dal contagio, aeroporti-scacchiera e villette identiche le une alle altre, in cui l’abuso e la violenza si consumano nel silenzio più assoluto e indifferente. In questa partitura di corpi violati, reclusi e medicalizzati, gli esseri umani si trasformano nei fragili protagonisti di un bestiario ferito; sono ragazze-coniglio o cerbiatto, sirene oppure oche che lottano tutte ferocemente per non soffocare, imprigionate in gabbie sociali o cliniche che non lasciano scampo. Eppure, sotto la precisione chirurgica dei versi e lo sguardo apparentemente raggelato dello spettatore coinvolto, pulsa una pietà disperata per tutto ciò che è imperfetto, scartato, destinato a sporcarsi o a rimanere tragicamente interrotto. Fantuzzi non offre consolazioni né risurrezioni. Registra il collasso delle relazioni, la colpa che si dichiara innocente, il rito burocratico e asettico che sostituisce il commiato definitivo. Ma è proprio in questo rigore estremo, in questa ostinata aderenza al vero, che la sua poesia ritrova una forma di sacralità laica, divampante nell’epilogo dove, al museo locale, lo sguardo vitreo di una fiera impagliata si sovrappone a quello dell’osservatore, rivelando un’identica, ineludibile sorte, quella di chi davvero ha sentito «lo sparo / mentre trapassa nel cuore».
La bambina sirena
prova a muoversi tutta
contorta mentre i parenti
ossequiosi la stringono.
Concessione alla festa con la nonna
gendarme in penombra
che attende, anche lei condannata
a una gabbia, la canzone storpiata
dal rigetto dei denti.
Nessuno più
della ragazza coniglio
apprezza la maschera stretta
tra le due diafisi
mentre si trattiene
con gli occhi arrossati
incapace di piangere.
Per lei quel segmento
non dovrebbe finire
né un giorno né adesso
perché il suo tempo
sta tutto
nel potersi sentire nel mondo
e senza alcuna vergogna.
La ragazza orsacchiotto dipende
dall’incedere delle stagioni
e quando è inverno non parla
ma preferisce affidarsi al letargo.
Quanti anni dovrà ancora trascorrere
per rivedere il ruscello
denudato dal ghiaccio
oppure solo se stessa
nelle vetrine del centro – sorridente –
senza che il vetro converga
in qualche smorfia inesatta?
