Da Atelier
La più recente raccolta di versi di Claudio Recalcati esce dopo un intervallo di oltre dieci anni dalle precedenti, riprendendone il filo in modi originali. Microfiabe (Mondadori 2010) si presentava come un’indagine attorno al tema del male nelle sue molteplici manifestazioni fisiche, morali, esistenziali. Non il male astratto delle grandi tragedie, delle quali abbiamo in genere conoscenza indiretta, ma quello concreto dell’esperienza vissuta, ad esempio la malattia incurabile che colpisce una persona cara, a cui è dedicata la prima sezione, significativamente intitolata “Vicolo dei macellai”. Per un tema così importante esiste addirittura un “genere” filosofico, quello della teodicea; ma poiché qui non c’è traccia della religiosità, in genere melassosa e burocratica, oggi in voga fra molti giovani, si afferma che “L’accettazione del male è la più grande / forma di coraggio. Forse / sono un vigliacco, e lo sussurro a malapena”. La malinconica pace dell’accettazione si alterna nel libro a un più frequente sentimento di rabbia sorda, quella che qualunque essere umano, specie se non schermato da ideologie consolatorie, sente sorgere in sé di fronte all’inspiegabile idiozia della sofferenza. Lungi, infatti, dal sollevare verso il trascendente, per Recalcati il male fa sprofondare chi ne è colpito verso una dimensione subumana e materica. È questo l’ambito, tutt’altro che oniricamente consolatorio, in cui la porosità fra mondo umano e animale messo in opera dalla fiaba ha una rilevanza specifica sul discorso del libro. Il quale si sviluppa sondando il tema nel contesto di vari tipi di rapporti sentimentali, quelli autobiografici individuali e familiari (le sezioni “Una sconfitta parziale” e “Microfiabe”), quelli letterari (“Il seme ferito”, su Campana e la Aleramo), per poi concludere, dopo due brevi intermezzi autobiografici, con il “romanzo d’appendice” de “L’ortolano di Balzac”, truce vicenda di violenza familiare in bilico fra allucinazione e realismo (si riconosce l’ambiente dell’ortomercato milanese). Il male trova un contrappeso negli affetti familiari, nella forza dei legami sentimentali (in particolare, per la moglie e le figlie nella sezione delle “fiabe”), anche se in Recalcati l’esorcismo è sempre parziale e lo sfondo rimane sinistro e minaccioso. In effetti, il titolo del libro, più adatto a Vivian Lamarque che a Recalcati, non indirizza il lettore verso il senso ultimo della raccolta. Ne ricordo una versione precedente con un più appropriato In pasto all’orco (ora sottotitolo della sezione “Microfiabe”), il quale portava in primo piano il tema della violenza autodistruttiva e cannibalistica dell’umanità, lasciando l’origine fiabesca sullo sfondo, come in effetti si verifica nei testi della silloge.
di Edoardo Zuccato
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