Gian Mario Villalta per “Una scontrosa grazia” a Trieste
In “Poesie” per i tipi di Garzanti il poeta ricompone più di quarant’anni in versi in un organismo che si presenta come memoria stratificata e autocosciente del suo stesso realizzarsi
di Matteo Bianchi
La rassegna “Una scontrosa grazia” continua ad accogliere la poesia italiana a Trieste. Il direttore artistico Alessandro Canzian, coadiuvato da Federico Rossignoli, Carlo Selan, Mario Famularo e Marijana Šutić, nel corso di un decennio ha selezionato circa un centinaio di intellettuali con le loro pubblicazioni più significative e, per festeggiare il traguardo, chiude il 2025 lo scrittore Gian Mario Villalta. “Per non smarrirmi in che lingua vivo / dovevo attraversare, attraversare / l’unica verticale concessa”: in “Poesie” (Garzanti, 2025, pp. 736, euro 24) Villalta ricompone più di quarant’anni in versi in un organismo che si presenta come memoria stratificata e autocosciente del suo stesso realizzarsi. Nello specifico, i versi tratti da “L’erba in tasca” sono il paradigma di una tensione fondativa tra due nuclei esistenziali che attraversa l’intera opera, tra l’appartenenza e la fuga rispetto a un tempo e a uno spazio, tra l’immagine di sé e la necessità di sconfessarsi. Sin dalle prime prove – così “Traccia”, “Limbo” e, appunto, “L’erba in tasca” – Villalta si afferma quale poeta della perdita, ma non nel senso elegiaco di una nostalgia da risolvere: piuttosto, la sua poesia custodisce il trauma della fine della civiltà contadina friulana come ferita linguistica.
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