Noemi Nagy, malattia e presa di coscienza
Massimo Natale
Poeti italiani «Sottopelle», da Samuele editore
La poesia di Noemi Nagy sembra improntata a una sorta di doppia istanza, di costitutiva ambiguità. Lo dice anche il titolo della sua raccolta, Sottopelle (Samuele editore, pp. 80, € 15,00), che arriva dopo il bell’esordio nel XVI Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2023) e fa pensare intanto a una latenza: a qualcosa di indefinito che spinge da sotto e vorrebbe uscire, essere finalmente detto o espulso (del resto, si legge in un’epigrafe piuttosto cruda e suggestiva, «come ai pomodori sbollentati e passati nel ghiaccio / togliere la pelle è più semplice se il corpo è freddo»).
Eppure la stessa titolatura, con il suo impulso naturalmente tattile, suggerisce al contempo un’altra delle virtù maggiori di questa voce giovane, cioè la sua innata concretezza. Che forse è anche una visione del mondo, o addirittura una forma di cura per una realtà sempre sul punto di incrinarsi («Le cose fragili più tardi diventano oggetti / altrimenti si spaccano in due»). La conseguenza di una tale concretezza è in primo luogo lessicale, e riguarda anzitutto la rappresentazione fisica della malattia, quella del proprio padre: una dettagliata, precisa anatomia che scompone e ricompone il corpo (gli alluci, la vescica, i tessuti, le vertebre, ecc.), oggetto di un lungo, faticoso accudimento: «Ora stacchiamo gli elettrodi dalla schiena / dal torace che prude col passare dei giorni / finalmente ci laviamo: molli dentro le vasche / l’una più lenta e con le mani sull’altra / gonfie per l’acqua / a sciogliere i grumi leccando via la colla».
Nagy tenta di comunicare un’esperienza dolorosamente conficcata nella propria interiorità e sceglie, per farlo, un’impostazione di taglio fortemente metonimico, che mostra soltanto i frammenti scomposti di un intero. Oppure proietta l’immagine della morte sul mondo del non umano (e così avvicinandola poco alla volta, cercando di addomesticarla), come nel caso delle non rare e talvolta enigmatiche presenze animali che si affacciano a questa scrittura («portiamocela via / questa lepre morta la seppelliremo in giardino / raccoglieremo le ossa prima che le trovino i cani»).
Ancora, quanto a un’ultima, costitutiva doppiezza: Nagy mescola la lingua italiana – un italiano asciutto, lineare, senza grossi scarti verso l’alto così come verso il basso – con la lingua di famiglia, l’ungherese, che punteggia con costanza questi versi, creando una situazione di inaspettato straniamento: che forse riguarda da vicino, in partenza, l’io che scrive, ma finisce con l’investire frontalmente chi attraversa questo libro (un solo termine sembra immediatamente e inequivocabilmente tradotto, «szorít: io mi ammalo»: come se la malattia coincidesse simbolicamente con una presa di coscienza, con l’inaggirabilità del reale). Sia pure «la casa (…) allagata», sia pure il tempo che abitiamo ostaggio del passato e della «ruggine» di cui ci si copre: la poesia di Noemi Nagy continua a cercare «un luogo così ideale così non compromesso / che puoi viverci».
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