Dice bene Alessandro Canzian, quando nell’accurata prefazione a Imparare a dirsi addio (Samuele Editore, 2025) sottolinea come Paolo Parrini libro dopo libro sia cresciuto diventando sempre più un poeta convincente perché onesto, chiaro e focalizzato su quell’unica cosa importante che molti altri poeti dimenticano: la vita. In effetti esiste questa idea per cui il poeta nasca poeta, con quel talento speciale che lo eleva al di sopra degli altri nella scrittura; quello stesso talento non viene invece riconosciuto alla tenacia, come se con la crescita e la perseveranza non si potessero comunque raggiungere gli stessi livelli di chi li raggiunge prima; come se fra gli adolescenti quello più piccolo degli altri a quattordici anni fosse destinato a rimanere basso per sempre. Per fortuna sappiamo che non è così: la tenacia stessa è un talento, la pazienza lo è, la costanza lo è.
Questo serve per dire che Imparare a dirsi addio è semplicemente un libro tanto bello quanto immersivo. Attorno, anzi dentro al lutto per la scomparsa del padre, Parrini costruisce un percorso che è affetto e rimpianto; lo fa attraverso sei sezioni che, pur essendo diverse nelle atmosfere, si legano in un unico filo che è il dialogo con quel tu che in passato era presente e che adesso invece diventa mancanza.
Le poesie sono quasi sempre brevi, a volte ridotte a frammenti, e nella raccolta vanno a costituire di fatto una sorta di lungo poema per fotogrammi, dove ognuno di questi fotogrammi è la misura di un momento di intensità. La lingua si asciuga e si fa essenziale e rastremata, spesso non cerca nemmeno di spiegare ma evoca, reclama, rimpiange un rapporto che, per quanto affettuoso, non nasconde di essere stato anche controverso in alcuni passaggi (come probabilmente tutti i rapporti fra padre e figlio) e forse di esserlo ancora: “Caro babbo so che se mi vedi / non sei felice di me”. Altre volte invece il dolore si allarga nel tempo, quel tempo che fa il suo lavoro non di cura ma di cicatrizzazione, in modo che lì dove nell’immediatezza della perdita c’era sofferenza, oggi si possa costruire una sorta di quieta accettazione di una distanza incolmabile, “un segnale / il sassolino delle fiabe”.
Imparare a dirsi addio è quindi un attraversamento dell’afflizione ma è anche molto di più: è il bilancio di una vita attraverso una sorta di resa dei conti interiore con un’altra vita, speculare e perduta; è la consapevolezza del tempo che passa e che merita di essere comunque abitato anche nella solitudine di “uno spazio vuoto da colmare / laddove i capelli imbiancano / e la voce si fa roca”; è, come si diceva all’inizio, la testimonianza della vita che persiste anche quando privata di ciò che aveva di più caro.
Francesco Tomada
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