Gli auguri dell’Editore

Quest’anno voglio fare gli auguri di Natale e di Fine Anno a tutti i nostri autori e lettori in maniera diversa dal solito. Forse un poco tornando agli inizi della Casa Editrice, quando Samuele era un bimbetto e tutto era attenzione. Adesso ha diciannove anni, una piccola grande storia d’amore da un annetto circa e tutto, ho imparato, è diventato cura. E li faccio non solo con le mie parole ma soprattutto con quelle dei poeti che ho pubblicato, che prima ho letto e amato, quest’anno.

Rosanna Cracco, nel primo libro del 2025, scriveva: Ma la corsa continua / in particelle d’umanità / verso veramente / dove come quando / proprio non so. A lei fa in qualche modo eco, inconsapevole, Amilcare Mario Grassi con la sua preghiera laica: Né mà se ghe fùse / en Dio ki ne gh’è / le skùo di tu marmi / sóo lùsa i faì venìe / dar rìdee arnàto / di tu òci (Mamma se ci fosse / un Dio che non c’è / lo scuro dei tuoi marmi / solo luce farebbe venire / dal ridere rinato / dei tuoi occhi).

Più giovane, tutta un’altra generazione, Laura Morandi che scrive: È che per dormire ogni tanto, / qualcuno / bisogna / deluderlo. Ha ragione? Deludere è così inevitabile? Maria Luisa Calabretto parla di viaggi ma non parla solo di viaggi, come sempre fanno i poeti: I coralli spezzati dall’onda / feriscono i piedi / e si impara a nuotare leggeri / dentro i vicoli della barriera, / lungo i vasi che portano al cuore.

Gianni Moroldo, l’autore più anziano e forse il più saggio, a decine di chilometri di distanza da Maria Luisa parla anche lui di cuore, di cuore che batte comunque per qualcuno: Ma jenfri une peraule e l’altre / prest si cjatìn / in chel noturni lontan inmò glaçât / dal nestri lâsint ripetût / di une tiere a l’altre, / jenfri un cruzi e une bussade / tal nestri pelegrinâ di agns / tant che int dispatriade / dome inmò par amôr. // E riduçant tu mi disis / che, jenfri un cruzi e une bussade, / e fo cussì dute la nestre vite (Ma tra una parola e l’altra / presto ci ritroviamo / in quel notturno lontano ancora gelido / del nostro ripetuto andarcene / da una terra all’altra, / fra una pena e un bacio / nel nostro annoso peregrinare / quasi gente profuga / soltanto ancora per amore. // E tu mi dici sorridendo / che, tra una pena e un bacio, / fu così tutta la nostra vita).

Mina Campaner, da un altro altrove ancora, scrive: E se de bot, el ciel el se scurise / càpita inte łe piene de pèrdar la stradha / inbroja l’àrdhene de łe to paure / spałanca le nùvołe a ła vita / de łà de cuel scuro ghe ze el sol / un vizo che senpre ’l te ride (E se all’improvviso il cielo annerisse / capita nelle piene di perdere la strada / raggira l’argine delle tue paure / spalanca le nuvole alla vita / di là di quella coltre c’è il sole / un volto che sempre ti sorride).

Sono anche questi i versi che vorrei che Samuele e Martina leggessero, ma non solo. Sono versi che possono fare bene a molti, anche quando non sembra.

Ma non solo. Paolo Parrini ci ricorda che non siamo fatti per la solitudine, anche se spesso accade: Per vivere bisogna sempre / avere fame, un libro / il cielo, una mano / da trovare. E quasi involontariamente scendendo lungo l’Italia, altrettando involontariamente confermando, Marzia Spinelli: Prima di andare via / beviamo un poco d’acqua a metà / un sorso del pomeriggio, un verso. / Un posto dove siamo.

Mentre Marilina Giaquinta, con altro tono ma simile verticalità, simile affondo nel grumo di questo vivere a cui siamo tutti continuamente impreparati: Anche noi ci regoliamo / – come il volo degli storni – / sulla posizione dei vicini / ed è per questo che stare lontani / ci fa perdere la rotta / ci fa sbandare ci fa sbattere / e cadiamo in caduta libera / nel vuoto senza cielo / alla faccia della costante di gravità / qualunque sia la massa o il peso / dell’amore che ci sostiene.

Facendo un passo indietro, molto indietro nel tempo, Akiko Yosano ricorda che oh, stella cadente! / Metà del tuo percorso / è luce; / l’altra metà, invece, / è avvolta dall’oscurità. Luce e oscurità che fanno il cuore umano e percorrono il mondo e i secoli rimanendo sempre e comunque legati strettamente. Ce lo ricorda anche una giovanissima Ero nelle terribili parole di Museo, quando con l’apparente semplicità del chiedere il nome apre inconsapevolmente le porte al lutto: La lingua degli uomini ama sparlare. Per quanto si agisca / in silenzio, poi tutto si viene a sapere agli incroci dei vicoli. / Non ti nascondere, dimmi il tuo nome e da dove provieni, / il mio non ti è più sconosciuto.

Le vite, le situazioni, le persone vengono a mancare. Lo ricalca da un altro secolo e un altro luogo John Millington Synge appoggiandosi a Petrarca: And she has left me after her dejected and lonesome, turning back all times to the place I do be making much of for her sake only, and I seeing the light on the little hills where she took her last flight up into the Heavens, and where one time her eyes would make sunshine and it night itself (E mi ha lasciato dietro di lei, sconsolato e solo, a tornare sempre a quel luogo che custodisco in gran parte solo per lei, e vedo la luce sulle piccole colline dove spiccò il suo ultimo volo verso i Cieli, laddove un tempo i suoi occhi facevano sorgere il sole persino di notte). Vorrei veramente dedicare questi versi a Gianni Montieri per la scomparsa, recentissima, della sua Anna Toscano.

Dal passato al presente i poeti continuano a parlarci come Noemi Nagy che lancia un avvertimento tra i versi: in segreto dici guarda che se tiri / a spezzarsi è la gamba non la corda. Da un’altra età Luigi Bressan: e non la ritrovi all’uscita / uno scoramento una rabbia / infiacchita come la tua voglia / un venir meno delle gambe. Accade anche questo? Forse si. Poi Mario Santagostini avverte che forse, è venuto il momento / di toglierli, sverbalizzare / tutto. Destellarizzare. / E resti soltanto l’ostinazione perché qualcosa / torni. Non importa cosa, / purché torni. Le cose importanti, le cose importanti che la poesia deve ricordare.

E questo senza dimenticare che samoća je legitimno stanje, prvi je izustio schubert / i lupio pečat u moju knjižicu, / dok su mi koljena bila još srebrna (la solitudine è uno stato legittimo, l’ha detto per primo schubert / battendo il timbro sul mio libretto, / quando le mie ginocchia erano ancora d’argentoAna Brnardić), Da život možeš skriti u jednu riječ, / bi li izabrala kristal, svemir, / plavo, nepravilnost ili nikad? (Se potessi nascondere la vita in una sola parola / sceglieresti cristallo, universo, / azzurro, anomalia o mai?Ivan Herceg), u vrt ustrajnosti / gdje se nakon tvog odlaska / ništa neće promijeniti / osim tebe (nel giardino della perseveranza / dove dopo la tua partenza / non cambierà nulla / tranne teMaja Klarić), Ne možeš obuti cipele koje ne približavaju noć. / Ne možeš odjenuti haljinu prošivenu stvarnim cvijećem. / Budućnost je taman, nepreskočiv zid (Non puoi calzare scarpe che non avvicinano la notte. / Non puoi indossare l’abito cucito di fiori freschi. / Il futuro è un muro scuro e invalicabileDavor Šalat), Pjevam zahvalnost. / Svijet je svečano mjesto / Proljetni proplanak / Svijet je ljuljačka tobogan utjeha (Canto gratitudine. / Il mondo è un posto solenne / Un prato in primavera / Il mondo è altalena scivolo confortoIrena Skopljak Barić).

Oppure le piccole grandi domande come piccoli e grandi sfaceli, ognuno / comunque invisibile, astratto o materiale / sbozzarli, schizzarli in parole? (Fedro Fioravanti), L’amor cortese è l’amor parlato, / quello che fa al telefono con la sua futura sposa. / Tanto daydreaming. / Si è eticamente responsabili dell’immoralità dei propri sogni? (Maria Teresa Rovitto), Da sotto un’auto occhieggia / una bottiglia / di vino rosso // – Dove sono? / – Nel cuore (Matteo Vavassori).

Non ci sono risposte nella vita come nella poesia. Solo piccole cose imparate. Ce lo ricorda, in maniera quasi definitiva, Luigi Nacci: Avrai poche cose ma quelle le avrai: / le lampadine fulminate, / il buio, i fantasmi fosforescenti. / Ad occhi chiusi t’incamminerai. / Vivrai sotto i ponti di giorno. / La gente al volo afferrerai. / Chiamerai la luna dai tetti. / Ridurrai in nuvole il fumo. / Tra i gatti sarai solo, come un dio.

Lascio quindi ai miei autori e lettori un pensiero su quello che io ho imparato, un po’ leggendo un po’ vivendo, quest’anno. Impariamo a ringraziare chi ci ha fatto male ma soprattuto chi noi abbiamo ferito, se quello ci ha fatto crescere. Impariamo a crescere e a essere grati perchè ogni passo nella vita non è indolore, ma è nostra responsabilità trasformarlo in qualcosa di importante. Per ogni cosa sbagliata, se abbiamo imparato qualcosa, possiamo farne tre buone aiutando qualcuno. L’importante è dare molto più di quello che si prende. L’importante è essere grati a chi abbiamo preso, non solo chiedendo scusa.

Diffidiamo dalle persone che si lamentano troppo delle avversità della vita, di chi trova troppe scuse. Interpretiamo le parole che ascoltiamo perchè tutti mentono, mentono sempre, soprattutto a se stessi senza nemmeno rendersene conto. Non è colpa di nessuno, è l’essere umano. Impariamo a essere come una poesia scritta su un foglio di carta, buttato a terra, calpestato. Per quanto rovinato e stropicciato quel foglio possa essere, la poesia è sempre lì. Con quello che ha imparato, che ha sentito, che ha immaginato, che ha detto.

Buon Natale e Buon 2026 a tutti.

Samuele Editore