«Sono stata una roccia, / ho guardato il vento / appartenere al nulla senza pareti»: nel dolore impronunciabile, la raccolta d’esordio di Caterina Golia Fiorire senza radici(Samuele Editore, 2026, collana Callisto, con prefazione di Alberto Bertoni) sceglie di amare e curare il respiro della «terra» e delle pietre, donando alla parola poetica il peso e la speranza del «restare». Il paradosso del titolo non pone infatti di fronte alla viscerale questione delle «radici» meramente in termini di negazione o liberazione, ma espone a uno squarcio sismico del paesaggio identitario. Davanti alla sottrazione, al «senza», la «paura» di una vita recisa riconosce un orizzonte da abitare nel fondo umile che sostiene il racconto aperto di crescite, cadute, e dispersioni, il «terreno»:
«Agli addii non ci penso mai.
Preferisco da sempre restare,
se vogliono saranno gli altri
a scegliere ed andarsene.
Sono stata una roccia,
ho guardato il vento
appartenere al nulla senza pareti.
Ho preferito il terreno,
le vertigini le ho sempre temute.»
Suddivisa in tre sezioni,Le nostre vertigini,Promessa della luce e Per la nostra croce (preghiere), l’opera intreccia la dimensione geologica e arborea al quotidiano ferito. I versi di Golia, incastonati dentro componimenti di ricercata essenzialità, si stringono al suolo per non tremare, instaurando di volta in volta un dialogo tra una sfera umana intima e fragile e voci particolarmente significative della letteratura italiana (Leopardi, Montale) e straniera (Plath, Pessoa). Un processo di rinascita spirituale, nutrito di richiami religiosi, accende una profonda riflessione gnoseologica e biologica fino alla traccia di luce di un percorso in divenire, capace di abbracciare movimenti e trasformazioni più forti del «vuoto» e dell’«abbandono».
La prima sezione Le nostre vertigini crea una sorta di osmosi tra il corpo tormentato dal «pensiero» e la natura in «autunno»: lungo un tempo sospeso e labirintico dove il «silenzio» è «attesa senza risposta», «la stagione / dell’angoscia», segnata icasticamente dall’enjambement, mette a dura prova la resistenza degli «alberi centenari» e dell’«io» poetico.
«Lo sa il pensiero, tornando
non sarà vinto
a malapena affrontato
perché è questa la stagione
dell’angoscia, è naturale
cedere in questi mesi.
Si arrendono gli alberi centenari
al passaggio dell’autunno,
come potrei resistere io?»
La «vertigine» indica una discesa violenta, un crollo a cui non si è mai preparati, spingendo la «bambina» alla domanda del «buio». La mancanza alimenta un sentimento di sradicamento e smarrimento, mentre una «mano» ricuce controcorrente i «fili consumati» del vissuto.
Elisa Nanini
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