FERITO E DIVERSO TESTIMONE
Scritture e letture di Dario Bellezza
Stefano Bottero
Collana I saggi di “Laboratori critici” n. 2
Collana a cura di Matteo Bianchi
260 pagine
ISBN 979-12-81825-65-9
Maggio 2026
Prezzo 20 €
Partire dall’osservazione di una convergenza tra coesistenza dei processi di combustione e risonanza nella scrittura di Bellezza rende possibile un’analisi nuova della sua pratica compositiva. Ciò consente la rimessa in discussione di una linea interpretativa consolidata della critica dedicata al poeta, che ha eccessivamente insistito sulla sua figura come maudit, e ha privilegiato una lettura in chiave ispirativa della sua opera. La dimensione corporale e confessionale del testo è stata infatti frequentemente ricondotta a una sorta di urgenza soggettiva, non mediata, e quindi a una parola poetica scaturita da una sorgente pre-discorsiva, sottratta alla trama delle relazioni letterarie.
Un’interpretazione che la lettura ravvicinata dei testi, di fatto, smentisce. L’analisi che si propone in questo saggio mira quindi ad articolare un’immagine differente, basata sulla necessità di una diversa restituzione dell’urgenza soggettiva di Bellezza.
Per questo motivo, il presente contributo è da leggersi in ideale continuità con l’operazione filologica condotta nell’Edizione critica e commentata di Invettive e licenze, pubblicata per Ca’ Foscari University Press nel 2025. Tale volume ha offerto una inedita ricostruzione degli apparati genetici del corpus, e ha consentito una prima mappatura sistematica dell’intertesto letterario e interdiscorsivo. Laddove l’edizione critica ha evidenziato i punti di contatto e di dialettica di Bellezza con la tradizione, l’indagine che qui si avvia intende dunque focalizzarsi sulle radici fenomenologiche di tale processo per interrogare la pratica della scrittura in sé – attraverso uno sguardo focalizzato su testo e contesto.
alcuni estratti
In un passaggio capitale de Il libro a venire, Maurice Blanchot delinea il concetto di una verbalità depositaria della chance di annullamento di ogni altra parola e sé stessa – sulla base di una qualità negativa, per così dire, di ultimità. In questa prospettiva, la parola che si compie nel proprio annullamento trascina con sé anche i dispositivi e i luoghi deputati alla sua custodia. A fronte di questo stadio di annichilimento lemmatico, e dunque del pronunciamento di questa parola definitiva, la categoria stessa della «biblioteca» cesserebbe di essere una possibilità di asilo della memoria. Essa si rivelerebbe, invece, come l’alveo di un’instabilità – ossia come il presupposto stesso di una cancellazione eventuale. In altre parole: dal grembo della conservazione, nascerebbe da ultimo il disastro.
Proprio in ragione della sua specificità formale, dal suo aspetto concreto, la parola può spalancare l’indifferenziato – la dissoluzione della forma in sé. Declinata in toni profetici, la prospettiva blanchottiana solleva questioni cruciali sulla sopravvivenza dell’opera a fronte di una sua radicale debolezza metafisica: lo spalancarsi del nulla (a-verbale e non significante) in una parola, pur concreta e poeticamente detta, determina un rigetto del libro come oggetto plurale e destinato all’accumulo conservativo.
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Sull’autore
Stefano Bottero (1994) è dottore di ricerca in italianistica presso l’Università Ca’ Foscari Venezia. Si occupa di letteratura contemporanea ed estetica. È redattore di «Polisemie» e «Studi duemilleschi», e collabora con «Lingua italiana» (Treccani). Ha curato di Dario Bellezza In morte di Pasolini (Rogas, 2025) e l’edizione critica e commentata di Invettive e licenze (Edizioni Ca’ Foscari, 2025).

