Poesie d’amore e di dolore – Filippo Passeo



 
 
Poesie d’amore e di dolore
Filippo Passeo
Prefazione di Mario Famularo
 
 
 
 
ANTEPRIMA
 
 
Salva
 
Vita mia nelle tue mani,
foglio che s’imbianca
se non lo scrivi.
 
Immergilo nel tuo mare
e ripescalo sempre
con una poesia azzurra
sulla nostra storia
prima che si perda in un acquario.
 
 
 
 
 
 
L’amore
 
Hai alzato un muro d’acqua
nella mia testa
per dividerne il dissidio dei pensieri.
 
Il muro è caduto invece
ed essi tutti si sono sciolti,
meno uno incastrato
nel solco del labirinto più profondo.
 
Sapevi di quel pensiero
e hai finto di potermelo estrarre.
 
Baciandomi
hai bevuto acqua e vino dalla mia fronte
ma l’ubriacatura di
metafore di amori e desideri è rimasta.
 
Ho dovuto tenermi abbracciato a te
per incamminarmi tra le più strette strade
assaporando a ogni tappa a ogni bacio
il retrogusto di antichi legni
di botti e vigneti del Sud.
 
 
 
 
 
 
Depressione I
 
Nello studio rinascimentale
c’è tutto, non la felicità.
 
Mescolo astri e pianeti
cercandone uno giusto,
mi perdo tra righe di formiche
senza un seme
che graffiano ogni pagina
dove volti fuggono,
ma non dimentico
che tu sei chiusa nella tua stanza.
 
Semi di farmaci
non sono sbocciati nell’oscurità,
né fiamme di parole posate nella grotta
hanno saputo illuminarla…
 
e scrivo scrivo
 
e non dimentico
che tu sei nella tua stanza su un letto:
tua nuvola, tua terra;
la rosa degli anni butta petali
sotto i tuoi piedi d’oro e di piombo
e tu li calpesti senza accorgertene.
 
Sempre a fissare la tv,
ragazze che parlano di principi…
ma a te nessuno viene a baciare gli occhi di giada
per svegliarti nella tua foresta nera.
 
E tuo padre e di là, nel salone principesco,
accanto a un pianoforte che non sa suonare
si spruzza parole addosso,
ma non è perchè non ti vuole bene…
 
è che non trova la formula per il tuo dolore,
perchè non ti ha saputo accendere la bellezza della vita,
perchè si credeva un poeta
con la magìa di parole e suoni.
 
 
 
 
 
 
Ragazza (Depressione II)
 
Sono stato un pescatore,
mi sembrava di averle raccolte
tutte le stelle nel mare del cielo.
 
Non potevo pensare
che avvolta dal buio una stella
si tenesse così lontana
dal nido incandescente della luce.
 
Cominciò un andirivieni verso
quel grumo oscuro
che imprigionava l’oro d’una stella,
vana la rete di affetti
per riportarla al centro del fuoco,
troppo smarriti astenia e dolore
tra i corridoi della mente.
 
Al ritorno,
il cielo del mare m’aprì gorghi nel cuore
dove annegai ogni acquario astrale.
Nel porto solo tempeste e vele strappate.
 
Chissà se dall’oscurità un giorno
sorgerà la nostra stella d’oro
a ravvivare un focolare da anni spento.
 
 
 
 
 
 
Emergono
 
Le parole si mettono in fila,
non un presentat’arm all’autore,
è un augurio per un viaggio
verso l’amore e qualcosa che non si sa.
 
Un treno che vorrebbe
attraversare il territorio di lei,
ogni tanto stazioni e rallentare
se rosa qualche trolley alza.
 
Ma troppe le direzioni
per non perdersi
in un deserto di pagine bianche,
le sillabe sono
vagoni vuoti trascinati da un’illusione.
 
Eppure non cadono
nel precipizio dei margini d’un foglio,
creano sempre ponti
per attraversare le pagine della vita,
anche con illusioni e visioni.
 
Senza foce sono sole le parole,
non sono mute però le parole,
sono fonemi,
vibrano sempre dei canti dell’amore
per lei e per il mondo.
 
 
 
 
 
 
Tra valle e mare
 
Da sponda a sponda ondeggia la vita
e chiodo non fissa nome.
Il pontile non guarda.
 
La notte che ti lasciai nella valle
sapeva di sale e lattuga di mare
il tuo corpo d’acqua azzurra.
 
Ti dissi di uova che si aprivano nella spiaggia,
che non avremmo lasciato orme né ombre
sulla sabbia quarzifera senza un diamante,
ti dissi di sciabiche
che pescavano cigni e pianeti
e lasciavano nel fondo le perle
e che potevamo rinominare i relitti.
 
Sei voluta rimanere
tra le braccia delle tue montagne.
Un ventre senza uova
che non vuoi piangere o amare.
 
Mia vita tra sponda e sponda.
I pontili senza occhi.
Ti ha spaventato
il movimento dell’amore e del dolore
e non senti quando la luna ulula
che l’alta marea vorrebbe inondarti ancora.
 
 
 
 
 
 
Del poeta che guardava il mare
 
Lo guardava nella tempesta,
le sue zanne rotolavano
stritolando la vita
col dolore coperto dal frastuono.
 
Lo guardava nel sereno
con il sole coricato sulla sua pancia
che rumoreggiava vomitava.
 
Sulle spiagge relitti orche sardine bombe,
prue di incrociatori         ali        madieri        bidoni fagotti,
sì, anche Jamal e Jasmine e il loro bambino,
cadaveri.
 
Il poeta che guardava il mare
s’immerse con la poesia in mano
e un vortice immenso risucchiò ogni peccato
pulendo tutte le coste
di ogni testa di pesce        di ogni pezzo di cuore.
 
Lo vide inazzurrarsi il poeta il mare senza sale
e il dio sole babilonese Shamash
lo illuminò e inseguì in ogni sua insenatura,
in ogni suo malfido nascondiglio.
 
Ora sussurravano le onde quasi un cantico
che scendeva dai monti del cielo
dove qualche dio cominciava a muovere la bocca.
 
Il poeta che ascoltava il mare…
un’acquasantiera con tante mani sporche,
chiuse gli occhi
e non cantò più.