Il dolore – Alberto Toni

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Il dolore
Alberto Toni

Samuele Editore 2016, collana Scilla
prefazione di Roberto Cescon

pag. 100
Isbn. 978-88-96526-78-1

 
 
 
 

La trota sannita, l’allegoria con cui si apre questo libro, subito rivela uno dei nodi attorno al quale si muove la poesia di Alberto Toni: la sfida del presente, che è sopravvivere giorno a giorno vivi e sembianti a pelo d’acqua, malgrado le tempeste e la strada che s’incrina. Sul piano retorico le cifre che sostengono la sua poesia sono gli elenchi, le cesure e le inarcature. Gli elenchi radunano ciò che è assente vestendo le cose di un tepore simbolico (Tra negozi di cappelli, librerie, / ristoranti, poche gocce di pioggia / nell’ultima luce; Diciamola la trama, la casa per / chi ora nasce, il miracolo, il battere / di ali, la tempesta che scuote il sonno, / spazza i cieli, ricuce strappi, riannoda, / esita per un po’, poi sorprende con / un filo di voce, quasi a nascondere, / a mirare dritto senza voltarsi indietro); sono il sussulto dei passi che s’inoltrano nel dubbio. Le cesure (Li vedevo, loro, mangiati dal tempo, sospesi) e le inarcature fanno guizzare il racconto di una voce che voleva essere, dire, mangiare, perdere / un po’ d’ego, magari tornando all’origine senza toccarla, perché lontano è una parola chiave (sette le occorrenze), così come tutto ciò che rimanda ad una distanza del guardare, che è distanza del vivere (Di là da me troppa vita o forse muore. Non so). Eppure l’invito è a non aver paura, perché lieto è il cammino se non ti volti, e ad andare per evitare la resa (si consideri nei testi il polisindeto e l’incedere di poi, che compare quattordici volte), benché muoversi sia un’illusione ottica, sempre uguale e sempre diverso contro la clessidra che non dà risposte.

Roberto Cescon

 
 
 
 

Lungo il Sangro

 
Dal Sangro mi diparto e nuota,
lei, la trota sannita
e s’annida al temporale, sfida il grigio
e il verde, mentre l’acqua, il riverbero
di fibule sotterra il tempo antico e
quanto resta. Ma poi oltre il chietino
giunta al Capestrano illustre che non teme
i secoli, ah, quanto per la lingua distrutta
degli avi, lei non teme le nostre sorprese
contemporanee e lascia soltanto un filo
nel percorso, spiazza in controtendenza
la lenza del pescatore ignaro e poco furbo.
Temiamo per la sepoltura e intanto un grido
s’alza dai secoli, quel molto, deciso, a dispetto
di me. La trota
che s’inerpica nel grigiorosa tra i sassi
e poi scompare. Come una spada, una lancia
museale, viva e sembiante, un po’ in ombra,
ma eccola al raggio e alla pioggia sopravvive,
rinasce di giorno in giorno, smilza che fugge
e scrive la storia antica. Fuori, la cinta funeraria
è spezzata, si incrina, al passo
dei tratturi e dei sassi bagnati. Se dalla
fugacità rapita noi non proviamo gioia, eccolo
il turbinello della mente, il basso
che ci pesa al cuore, lapsus, offuscamento e male.
 
 
 
 
 
 

Così lontani, non sembra vero
il passaggio minimale, nel cono
d’ombra, troppe le avventure mancate,
la cacciata, la fuga negli spazi riarsi,
essenziali. E il movimento è sempre
quello, sempre uguale, anche se
appare diverso ogni momento.
È l’illusione ottica della vita,
la fantasia che corre e spaventa
i più piccoli per un nonnulla.
La santa scala fino a un barlume
di verità decente: la pianta del bene
quando si sente
pungere in testa l’ossessione del tempo.
Non lo sapevo al punto tale
feroce e indifferente. Non appare
mai. Dispare continuamente
sull’asfalto e ritorna di notte
nello struggimento al risveglio.
Rema contro, il tempo. Rema
per la città senza cuore, per
i secoli brevi, troppo brevi.
E a niente vale la clessidra,
se non come specchio e tema.
Sempre lo stesso nei secoli,
aspettando l’Angelo. L’ho
sentito frusciare, incalzava
me, ne sono sicuro, mi poneva
questioni irrisolte e dolorose,
perché il tempo non dà risposte.
Nessuna. Fruscio d’alito perpetuo,
intuito, annegato subito dopo
nelle mie chiacchiere oziose.
Ho ripreso la strada, un po’
più in là del tempo, come
dominato dal furore di non
perdere la visione.
La Creazione ha parlato
con parole semplici.
 
 
 
 
 
 

Chi insegna qualcosa e che cosa.
Le strane lettere di un nome,
la fine di un’epoca e l’inizio
di un’altra, la sorpresa, il ritiro
per non cadere nel falso sortilegio,
la malattia e il perdono per ogni
notizia a viso aperto. Tu spargili
i tuoi semi di sostentamento,
piangili i fertili giudizi del non
dichiarato trasalimento. Poi lì,
al centro della stanza come al centro
del mondo, impariamo dai colori,
sul legno del tavolo per i dubbi,
le rade,
il mare aperto del giardino in autunno.
 
 
 
 
 
 

La forza del torero: botta
e risposta, destino e ragione.
Come quando nel chiuso della stanza
o in polvere minuta mi abbandono.
Rapida la vorrei la ruota del destino:
carro, spavento, trafittura.
Lo schermo di controllo sempre acceso.
E il passero viandante sopra il ramo.
 
 
 
 
 
 

Delineava se stessa come una ragazza
di Firenze negli anni ‘40. San Frediano,
la lingua severa di Pratolini, l’ardita
civiltà neorealista, uno sbuffo di trucco
sulle guance. E nel giardino rose fiorite
dopo la guerra, improvvisa la neve
quell’inverno ella si accorse
e fu limpida sequenza di odori.
 
 
 
 
 
 
Il dolore

 
              a mia madre
              in memoria

 
Il dolore si muove. A giorno pieno
se ne va il ritratto, il sembiante che
era. Sembra un segno di ritorno, ma
non è questo. Ritaglia piuttosto una
posa antica di sé, in ogni fotogramma.
Tiene svegli i sensi, a volte è ascolto,
sottilissima piega, o una curva. Là,
alla radice la parola lei, cara come
non mai: i saluti, quei saluti nel corridoio,
tutto annotato fino all’ultimo, pagina
dopo pagina, sentimento dopo sentimento.
È la via maestra che sostiene, che dice
dopo la forma c’è il luogo in cui lei
sosta. Ma non all’ultimo. Ancora
più in là torna per la sua festa,
quando ricorre il giorno. Si muove
il dolore, tradisce se stesso da un
secondo all’altro. Ora è nell’occhio,
poi è sulla bocca o appare
in un suono appena percepito
di passi, e le mani accompagnano
il ritmo dei suoi anni migliori.
Quello che resta, ed è cuore,
il bellissimo cuore impresso
in vita, fino a tutta la vita.
Non lo consumerà, non per tutto
il tempo che servirà, e ancora.
E non nel vetro, nello specchio,
ma pura sostanza, amore che ci serve.
E sempre al di là dell’illusione,
perché non c’è illusione, ma verità,
sentire, toccare, percepire,
dirlo coi sensi tesi, per camminare,
era nel fianco doloroso, nella testa
di sera e il suo perdono, la sua
testimonianza di umanità.
Il dolore si sposta, è sponda
anche dell’altro quando parla
e trascina un pensiero fisso,
che è solo amore, non altro
quando nell’aria la sentiamo
arrivare.

 
 
 
 
 
 
Anteprima sul blog della Rai di Luigia Sorrentino: qui

Recensione di Roberto Mussapi su succedeoggi.it: qui