Hallo Berlin


 
 


 
 

Hallo Berlin

Samuele Editore 2017, romanzo

Isbn. 978-88-96526-91-0

pag. 62

10€
 
 

Per volontà dell’Autore e in accordo con l’Editore il presente racconto viene pubblicato anonimo. Questo per preservare l’identità e rispettare la storia dei personaggi coinvolti. Ma la storia è convinzione dell’Autore che debba essere conosciuta. Perché, come il lettore vedrà, fa parte di una Storia ben più grande.

 
 
Primo Capitolo

Dopo la laurea avevo deciso di prendermi un anno di riflessione, un anno sabbatico. C’erano un paio di cose nella mia vita che non andavano, e dunque volevo fare chiarezza. Non ho mai avuto una tessera di partito. La politica non la capisco e mi annoia. In quell’anno però avevo conosciuto degli amici di un amico. Erano iscritti al Pci e mi avevano parlato di un corso di interscambio culturale da effettuarsi a Berlino. Accettai. Così di lì a poco mi ritrovai assieme ad altri due italiani in quella città divisa dal muro. Ma dalla parte sbagliata.
Ci avevano portato con un pulmino fumoso all’ostello Giovani pionieri in Albrechtstrasse. Le camere pulitissime, odoravano di varecchina, erano arredate in maniera alquanto spartano, ed esibivano con orgoglio l’immancabile vernice a smalto color verdino. Nemmeno il tempo di disfare la piccola valigia da viaggio che il capo delegazione bussò alla mia porta:
«questa è Karin, parla italiano e sarà la tua ombra. Per qualsiasi cosa tu dovrai far riferimento a lei!».
Lei si avvicinò con la mano tesa:
«Piacere, Karin, popolo e partito sono una cosa sola»
«Com… come?»
«(più forte) Popolo e partito sono una cosa sola!»

 
 
 
 
Quinto capitolo

La amavo perdutamente, e da come facevamo l’amore ero sicuro che anche lei era innamorata di questo magro Italiano. Non ero mai stato così ossuto. L’amore? Più probabilmente il clima, ma soprattutto il cibo non si confaceva alla mia salute. Lontano da casa, lontano dagli amici, freddo e salsicce, sempre salsicce, bianche, rosse, nere, ma sempre con un solo invariabile sapore. Non mangiavo altro che pane e qualche verdura. Sergio mi vide così emaciato che mi procurò, non so come, qualche banana.
Un giorno a lezione il mio cuore improvvisamente e senza alcuna motivazione fisica cominciò a battere velocemente. La fronte mi si imperlò di sudore, uscii dall’aula ansimante. Stavo morendo e me ne rendevo assolutamente conto! Non so come raggiunsi un rubinetto nel bagno e misi la fronte sotto l’acqua gelida. Da quel giorno mi sentii sempre sfinito, spossato, come avessi un peso che stringeva il mio cuore. L’unica luce in quelle giornate grige era vedere lei.
«Karin ascoltami. Non mi sento bene, forse dovrò tornare in Italia. Qui non ce la faccio, sono sempre stanco, spossato, il cuore alcune volte mi scoppia».
«Sarà un brutto periodo – mi diceva – vedrai che passerà. Anche un mio amico che studia ingegneria aveva i tuoi stessi sintomi, mi farò dare qualche cosa da lui».
Il giorno dopo venne a trovarmi e mi diede un tubetto semivuoto con alcune pastiglie.
«Prendine una quanto ti senti giù, vedrai, sono ottime».
Così feci. Bang! Quarantotto ore senza dormire e mi sentivo un leone. Camminavo per Berlino e mi sembrava di avere le ali ai piedi e cantavo, cantavo a squarciagola per strada. Ero felice finalmente. Ma il tubetto finì presto, troppo presto.
«Karin, ti prego, fattene dare delle altre»
«Ma sei matto, questa roba è pericolosa, se mi prendono mi rinchiudono e buttano via la chiave. Coraggio, devi darti anche tu un po’ di animo».
Me lo disse con una espressione del viso così dura e minacciosa che mi incazzai subito.
«Ma dai non mi fare la predica proprio tu, ma tu, tu chi sei, chi sei Karin? O Svetlana? Ma vaffanculo!»
«Calmati adesso, domani vedrò cosa posso fare, cerca di capire che qui la vita non è facile per nessuno. Tu che ne sai di me? Di mia madre, dei miei fratelli. Italiano stai buono, ti conviene».
Non potevo più farne a meno, chiesi a Karin cosa fossero e lei accennò vagamente: metanfetamina.
«Dimmi piuttosto, tu cosa ne sai di Svetlana?»
Risposi di aver visto quella piccola tessera. Sembrava sorpresa.
«Io ti ho aiutato, ora è il caso di giocare a carte scoperte e devi essere tu ad aiutare me».
«“Aiutarti? Per cosa? Di cosa hai bisogno?»
«Semplice, devi parlare con il mio capo».
«Il tuo capo?»
«Sì, il capitano Oleg».